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Campania tutte le grane del Pd

 

Oggi il Tribunale di Napoli dovrebbe pronunciarsi sulla richiesta, avanzata da De Luca, di annullamento della sospensione da governatore in base alla legge Severino. Anche quella decisione, tuttavia, non metterà fine al clima di incertezza politica che circonda il Pd campano. La discesa in campo di Bassolino ne ha solo accentuato lo smarrimento. Il partito, infatti, da tempo nella nostra regione ha perso capacità di iniziativa politica. E perfino, in diverse città e province, qualunque parvenza di tenuta unitaria. L’assenza di leader credibili e riconosciuti e la mancanza di prese di posizione coerenti e concrete sui gravissimi problemi della Campania hanno fatto il resto. E favorito nel tempo lo scollamento tra il tessuto del partito e i problemi reali. Una deriva di cui – nonostante il notevole potere gestito – il Pd rischia di pagare presto le conseguenze. La telenovela-De Luca si trascina da tempo e rischia di durare a lungo, grazie all’incrociarsi delle date dei diversi giudizi. La pronuncia del Tribunale di Napoli sull’eventuale annullamento della sospensione da governatore non scriverà la parola fine. Per i primi di febbraio, infatti, a Salerno è prevista la sentenza nel giudizio di appello sulla condanna in primo grado dello sceriffo. Cosa succederebbe in caso di assoluzione? Inoltre, c’è il giudizio pendente presso la Corte Costituzionale. E poi l’armageddon finale. La prescrizione, che a settembre 2016 cancellerà comunque tutto, accuse e condanne. In questo percorso ad ostacoli, tuttavia, alcune cose sono purtroppo certe. Il discredito delle istituzioni regionali, divenute ostaggio degli interessi politici di una sola persona. Senza contare che, per i provvedimenti eventualmente dichiarati illegittimi (a partire dalle nomine!) perchè assunti da un governatore in carenza di potere, a pagare sarebbe la Regione. E cioè, alla fine, le tasche di noi cittadini! L’azione amministrativa regionale, in ogni caso, continua ad essere rallentata. E turbata dal clima melmoso emerso dalla vicenda (con il presunto coinvolgimento di un giudice!). Appaiono perciò pesanti le responsabilità del Pd, doppiamente colpevole. Non ha saputo individuare e preparare, a tempo debito, candidature valide per arginare le pretese di un autocrate già condannato in primo grado e pluri-indagato. E poi ha rinunciato ad assumere posizioni chiare sulla questone morale, che sta avvelenando sempre più la vita politica. Anche sulla corsa di Bassolino è caduta una tegola, che getta una luce non positiva sulla Giunta all’epoca dominata dal protagonista del cosiddetto Risorgimento napoletano, poi affogato negli scandali. I vertici della holding regionale dei trasporti avrebbero sperperato – secondo la Corte dei Conti – oltre 7 milioni e 500mila euro delle casse della Regione Campania. Particolarmente scandalosi diversi casi. Innanzitutto quello dell’amministratore dell’azienda. Poverino, sommava – alla sua pensione – non solo il lauto compenso di vertice ma anche il guadagno derivante da una ricca consulenza autoattribuita, per svolgere però in pratica gli stessi compiti cui era chiamato come capo-azienda! Oppure una direzione nuova di zecca, dimostratasi inutile se non per il fatto di essere stata affidata al direttore generale uscente. O l’illegittimità delle procedure adottate per le assunzioni a chiamata diretta. E, tra vigilanti e revisori vari, mai una osservazione nè una parola? Insomma, un colossale magna – magna, di cui nessuno si è accorto o voluto accorgere. Di indecenza in indecenza. Una settimana fa Il tentativo dei vertici del Consiglio regionale di abolire il divieto di comandare presso gli uffici dei consiglieri i loro parenti entro il terzo grado. Una volta scoperti con le mani nel sacco, sono stati costretti a rimangiarsi tutto! Ma la Casta…continua. E solo una settimana dopo quello scandaloso episodio, se ne è saputo un altro. Stavolta tutto in casa pd. Presso il gruppo regionale, come ha scritto Il Fatto Quotidiano, è stato chiamato a lavorare un ex assessore comunale già condannato in primo grado. E per ben due volte. Prima, a un anno per abuso edilizio. Poi, in un’altra vicenda, a due anni di reclusione per truffa. Ah, però, dimenticavamo due.. .coincidenze! Che l’ex assessore è fondatore di una associazione che ha sostenuto De Luca. E che l’attuale capogruppo è un fedelissimo dello sceriffo! Infine, le dimissioni della presidente dei Giovani democratici della Campania, Antonella Pepe. La dirigente giovanile in una lunga lettera ha ricordato di aver "denunciato senza farmi problemi ciò che vedevo, chi faceva accordi con pezzi della storia del centrodestra". E ha riconosciuto di non aver "fatto i conti con i segni del tempo, con le mutazioni genetiche della ‘politica moderna’, col carrierismo cinico, con le correnti disomogenee”. Oggi, infatti, neppure le tradizionali collocazioni correntizie bastano più a spiegare l’enorme e incontrollabile frammentazione degli interessi e delle posizioni. Dietro le etichette, infatti, si agitano sempre più una serie di bande o di piccoli potentati. Fanno il bello e il cattivo tempo nelle città e nei territori, quasi sempre l’uno contro l’altro armati. Per tentare ricatti politici. Minacciare sfracelli. O attuare ritorsioni in caso di non accettazione delle loro richieste. Insomma, una totale incomunicabilità, interrotta solo da dichiarazioni di nuove guerre. Così si deteriorano sempre più la convivenza e il tessuto del partito. Si lacerano le comunità amministrate dal Pd. E annaspano le amministrazioni, costrette a subire le pesanti conseguenze delle ricorrenti faide interne. Motivate spesso solo dalla necessità di dare una collocazione, con annessa rendita, a qualche oscuro sostituto sub- vice-cacicco. O da ragioni di pura competizione di piccolo potere. E le responsabilità di un partito di governo?

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