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Lunedì scorso Donald Trump ha spalancato le porte della Casa Bianca al Presidente del Consiglio italiano, anche se si ostina a storpiare il nome del suo amico “Giuseppi”; ma l’euforia sui nostri giornali è durata poco più di 24 ore e ha lasciato subito il  posto a sofisticate elucubrazioni sul significato del riconfermato “legame speciale” fra i due paesi, alla luce della trasmutazione ideologica che ha preso piede sulle due sponde dell’Atlantico. A Roma come a Washington, anzi prima a Washington che a Roma, la parola-chiave è ormai “sovranismo”, che significa prevalenza o meglio recupero dell’interesse nazionale dello Stato fino a ieri confiscato da voraci organizzazioni internazionali o sovrastatuali, come in primo luogo l’Unione europea.

Ora, che succede quando due “sovranisti” si incontrano? Quale dei due prevale? Nel caso del “legame speciale” italo-americano, sembra chiaro che ad avere la meglio sia stato l’interesse statunitense, che ha trovato rapida corrispondenza nel docile assenso italiano al riequilibrio dei rapporti commerciali anche attraverso l’acquisto di armamenti (i caccia F 35), così come in materia di approvvigionamento energetico (gasdotto Tap), e di finanziamento della Nato. Sul tema, Trump è stato piuttosto brusco: “You got to pay!”, ha detto: “Dovete pagare!”; e Conte ha convenuto: una correzione è necessaria perché l’America spende troppo per la difesa europea, e così non si può più andare avanti.

A fronte di queste concessioni all’ ”amico americano”, il “sovranismo” italiano è stato gratificato con il riconoscimento di un ruolo di leadership nella stabilizzazione della Libia, che il governo di Roma contende a quello di Parigi. Per essere precisi, quando l’ambasciatore Usa a Roma Eisemberg ha illustrato ai lettori della “Stampa” di ieri i “passi in comune” decisi a Washington dai due presidenti, non ha parlato di “leadership” ma piuttosto di “collaborazione strategica” tra i due paesi; ma è comunque evidente che nel Mediterraneo la Casa Bianca preferisca avere a che fare con Conte piuttosto che col riottoso Macron.

A questo punto, il problema che ci si può porre è però anche un altro. Per dirla senza giri di parole: se l’interprete del “sovranismo” oltre Atlantico non può essere che l’inventore del motto “America first!”, chi può essere il suo corrispondente a Roma? La risposta più ovvia dovrebbe indicare l’amico “Giuseppi”, presidente del Consiglio e responsabile della politica generale del Governo; senonché l’interessato, appena rientrato a Roma, si è rinserrato nel cono d’ombra dal quale non vuole o non può uscire se non in rare occasioni, lasciando la scena ai suoi vice, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Dei due, è proprio quest’ultimo a poter rivendicare con qualche ragionevolezza il titolo di Trump italiano o per meglio dire “Trump de’ noantri”: è Salvini infatti ad interpretare più d’ogni altro membro del Governo il “sovranismo” tricolore, offrendo sempre più di frequente una sua personale interpretazione della politica estera e soprattutto della presenza internazionale dell’Italia. Citiamo solo le ultime fra le sue uscite fuori dal coro: in un’intervista al Sunday Times ha esortato Theresa May ad alzare la voce nella trattativa con Bruxelles per evitare di farsi raggirare dall’Europa sulle modalità di attuazione della Brexit; in un’altra ha accusato la Francia di avere un “approccio imperialista e colonialista” sulle questioni africane; infine ha detto di fidarsi “fino ad un certo punto” dell’Europa e di preferire un approccio nazionale, si direbbe “sovranista”, alle relazioni con i governi di quel continente.

Anche nei termini adottati da Matteo Salvini, è evidente la sintonia con gli slogan del presidente americano, del quale il vice di Conte imita anche la dilagante presenza sui social network, sui quali campeggia lo slogan “Prima gli italiani”, traduzione quasi letterale del trumpiano “America first”. Insomma, molte somiglianze, tranne, naturalmente, l’aspetto fisico e la zazzera.

 

di Guido Bossa

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