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Di Matteo Galasso

Possiamo definire la politica come un’arte. L’arte di governare e di prendere decisioni per una comunità. Le democrazie occidentali prevedono che i “politici” che ci governino debbano essere eletti da un gruppo di persone che condivida le loro idee e le ritenga più giuste per il Paese o per la propria comunità. Si tratta quindi di una politica rappresentativa, dove poche persone rappresentano le idee di molti. I politici vengono eletti dopo che hanno raggiunto e convinto un bacino elettorale abbastanza ampio per permettergli di ricoprire una determinata carica. Partendo dal basso, il bacino elettorale tende naturalmente ad essere più ristretto quando si tratta di cariche politiche locali: infatti, si potrebbe pensare di raggiungere il “quorum” facendosi votare addirittura dai soli parenti e amici di amici. Nel momento, però, in cui si aspira a ricoprire cariche ad un livello più esteso, magari regionale o nazionale, è necessario far sopraggiungere le proprie idee anche nelle case di elettori sconosciuti: ma come è possibile farlo? Chiaramente con un programma di propaganda politica.

Già nell’antica Roma, specialmente in età repubblicana, nonostante non vi fosse un sistema democratico paragonabile a quello moderno, i candidati – chiamati così perché indossavano una toga bianca –e tutti coloro che erano interessati a ricoprire cariche pubbliche come quella di senatore o di qualsiasi altro ruolo magistratuale dell’amministrazione cittadina, si recavano nelle piazze delle città per dare voce alle proprie idee, permettendo a persone che non conoscevano direttamente di ascoltarli e magari sostenerli. Da allora le modalità di comunicare con i propri elettori sono cambiate radicalmente. In realtà, la comunicazione politica di oggi è molto diversa già da quella della seconda metà del XX secolo.

In seguito alla rivoluzione digitale anche le abitudini degli elettori sono cambiate: mezzo secolo fa, quando ancora non tutti possedevano un televisore, le trasmissioni politiche erano diffuse, ad esempio, via radio, mentre ancora negli anni Novanta i cittadini compravano i quotidiani in edicola e seguivano i dibattiti politici su tv locali e nazionali. Inoltre, solo fino a poco tempo fa e in alcune determinate realtà, i candidati continuavano a pubblicizzarsi, soprattutto in provincia, attraverso comizi pubblici e raduni puntando poi sui manifesti cartacei affissi nei luoghi del proprio bacino elettorale. Oggi grazie ai dispositivi elettronici, di cui tutti siamo in possesso, ma soprattutto tablet e smartphone, per conoscere candidati, strategie e programmi, non abbiamo più bisogno di leggere giornali cartacei o di guardare la tv o partecipare a comizi di piazza. Gli aspiranti politici odierni fanno leva su una campagna elettorale che –visto l’uso diffuso di dispositivi elettronici e social network – si sviluppa prevalentemente in modalità online, quindi in un mondo virtuale dove ognuno può far arrivare contemporaneamente il proprio messaggio ai tanti che frequentano la rete, auto-sponsorizzando il più delle volte le proprie campagne elettorali. Ma questo fenomeno sta facendo rilevare anche molti punti critici: non sono pochi i candidati che attuano un uso distorto di questi strumenti, facendo arrivare agli elettori spesso messaggi non politicamente corretti e veritieri su se stessi e sulle proprie idee e opinioni. Se prima la televisione pubblica o la radio costituivano gli unici strumenti “semi-oggettivi” per comunicare ideologie e programmi, oggi ogni candidato, attraverso il suo canale social, rielabora le informazioni piegandole alla propria strategia comunicativa, perdendo il più delle volte quel senso della realtà e quell’obiettività di cui l’elettore odierno ha estremamente bisogno. Mai come in questo momento, infatti, la comunicazione deve essere onesta, non ripetitiva e non clone di demagogiche “grida” elettorali. Insomma su quanto avviene e quanto ci si propone di fare per migliorare la realtà sia di un piccolo comune sia di un’intera nazione bisogna dire basta alle interpretazioni faziose dell’attualità, piegata positivamente o negativamente da un candidato in base ai suoi esclusivi interessi personali o di partito. Solo con una comunicazione più oggettiva, basata su programmi leali e praticabili, in cui chi si propone al pubblico degli elettori crede fermamente sapendo di poter realizzare quanto afferma, ci permetterebbe di decretare quale candidato, tra gli esponenti politici in corsa, proponga le strategie più giuste per governare correttamente e sollevare con successo dallo status quo un ente locale, regionale o il nostro stesso Paese.

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