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Da qui se ne vanno tutti. Non solo i laureati

Nelle ultime settimane ad Avellino si è discusso molto di emigrazione. Lettere, articoli, iniziative pubbliche si sono concentrate sul tema, ponendo pesantemente l’accento sulle eccellenze e sulla cosiddetta “fuga di cervelli”. Questo tipo di narrazione è molto parziale e rischia di inquinare il dibattito, centrale per il futuro del nostro territorio.

Quello della “fuga di cervelli” è uno storytelling che nasce nel periodo dell'”Onda” e delle mobilitazioni studentesche contro la Gelmini. Quello che si denunciava allora non era l’emigrazione di per sé, ma i fortissimi tagli all’istruzione che costringevano molti giovani a spostarsi all’estero per poter fare ricerca. Non c’era alcun ambizione di raccontare quello che era il fenomeno migratorio che accelerava con l’avvento della crisi, eppure questa narrazione ha resistito dal 2008 fino ad oggi.

È una narrazione parziale perché non racconta la verità: l’emigrazione continua ad essere un’emigrazione di braccia. La componente di laureati è ancora minoritaria nel collettivo totale e, comunque, il titolo di studio non è l’elemento principale da analizzare, bensì bisogna concentrarsi sull’occupazione di arrivo. È difficile leggere come emigrazione intellettuale i tanti laureati che vanno a Londra per fare i pizzaioli o i baristi. Sicuramente sono energie perse nel nostro territorio, che vanno recuperate, che devono realizzarsi per le loro capacità e le loro competenze. Ma leggere il fenomeno migratorio come incapacità del nostro territorio di valorizzare le eccellenze ci fa guardare il dito e non la luna.

Se si vuole analizzare l’emigrazione dobbiamo mettere al centro la questione centrale: quella dei diritti, della qualità del lavoro e del welfare. Se un giovane emigra per fare qualunque lavoro che nel suo territorio non farebbe è perché all’estero quel lavoro gli permette di costruirsi un’indipendenza economica, che altrimenti non riuscirebbe ad ottenere. Questo è un tema che riguarda l’enorme quantità di lavoro nero offerto soprattutto ai più giovani, la forte precarizzazione realizzata negli anni dell’austerity e lo smantellamento totale di ogni forma di welfare al di fuori di quello familiare.

È su questo che la politica deve concentrarsi per fermare l’emorragia e per permette il ritorno ai tanti ragazzi che sono partiti. Ed è già troppo tardi, perché gli effetti sono evidenti. Invecchiamento e desertificazione delle aree interne non sono soltanto un problema demografico, che provoca la scomparsa di comuni, di identità, di tradizioni. È soprattutto un problema politico, che provoca il taglio di servizi, la chiusura di ospedali, l’accorpamento di scuole, rendendo sempre meno vivibili zone del nostro territorio.

Parlare di migrazioni, quindi, è fondamentale, ma dobbiamo essere capaci di leggere i flussi nel modo giusto, altrimenti rischiamo di prescrivere cure sbagliate al malato.

di Luca Cioffi NIdil Cgil Avellino

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