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A quattro settimane appena dalla nascita del governo Draghi, la crisi parallela dei due principali contrenti della precedente alleanza – Pd e Cinque stelle –  conferma una difficoltà ad adeguarsi alla nuova situazione politica, nella quale invece si muove a proprio agio la Lega, sempre più di Giorgetti e meno di Salvini ma comunque meno vittima di pregiudizi ideologici e libera da condizionamenti correntizi. Il disagio percepibile a via del Nazareno e nell’arena virtuale dei grillini, che sono così poco partito da non disporre neppure di una sede in cui riunirsi, ha origini diverse e non assimilabili, e probabilmente sfocerà in percorsi alternativi; ma è stato proprio il contesto del nuovo esecutivo di unità nazionale a determinare in un caso una pesante scissione, nell’altro le dimissioni del segretario con annessa denuncia dell’arrembaggio alle poltrone che, forse inconsapevolmente, dà fiato alla polemica antipolitica. In altri tempi un governo appena nato non sarebbe sopravvissuto ai prevedibili scossoni parlamentari che seguiranno: stavolta non sarà così, grazie anche alla lungimiranza di Mattarella, che ha visto prima di altri la crisi imminente ed è riuscito a mettere in sicurezza il governo separando il piano istituzionale da quello politico. Chi ha dato prova di prendere atto prima degli altri di una realtà in movimento è stato proprio il banchiere trasformatosi in uomo di Stato, che si è subito concentrato sugli obiettivi immediati indicati alle Camere: lotta alla pandemia e quindi piano vaccini, stesura del progetto italiano per l’utilizzo dei fondi europei che verranno stanziati nei prossimi mesi.

Draghi, insomma, va avanti per la propria strada. Non insegue il facile consenso delle piazze o dei social media; non lo vedremo arringare la folla da un banchetto davanti a palazzo Chigi né stringere mani in via del Corso. Non partecipa neppure alle conferenze stampa, preferendo mandare sul proscenio i suoi ministri, peraltro di poche parole e disponibili alle domande dei giornalisti. Nel rapporto con l’opinione pubblica è l’opposto di Giuseppe Conte, ma non è meno popolare. Anche il presidente della Repubblica, del resto, si è guadagnato grande stima e rispetto grazie ai suoi atti e comportamenti istituzionali, non certo solleticando gli umori popolari. Una lezione che Draghi sembra aver imparato: mentre in Italia viene criticato per i silenzi e il riserbo, in Europa è ascoltato da Macron e dalla Merkel e ha contribuito ad imprimere nuovo slancio alla campagna vaccinale, dopo aver messo a punto e rafforzato la propria squadra di comando insediando un vero e proprio governo nel governo, il che gli consente di assistere con distacco allo spettacolo non gradevole che sta andando in scena ai piani bassi della politica.

Vedremo nei prossimi giorni come si svilupperà la crisi del Pd. Certo è che le dimissioni a sorpresa di Zingaretti denunciano il malessere ma non offrono una soluzione. E intanto il rinvio a data da destinarsi delle elezioni regionali e amministrative dovrebbe togliere dal tavolo il tema scottante del rapporto con i grillini, che forse più della lotta per le poltrone è all’origine delle dimissioni del segretario, che si era intestardito su un matrimonio percepito come alleanza subalterna da buona parte del partito.

di Guido Bossa

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