Abbiamo raccolto numerose sollecitazioni a chiedere al Prefetto Raffaele Cannizzaro la sua disponibilità a candidarsi a sindaco di Avellino. In un momento particolarissimo della città, è necessaria una soluzione straordinaria. La storia di Cannizzaro è straordinaria, nel senso di prestigiosissima per il percorso professionale del prefetto, che rappresenta uno degli esempi più solidi di dedizione allo Stato.
Di origini irpine, Cannizzaro nella sua lunga carriera ha attraversato più di trenta province: è stato prefetto a Cosenza, a Catanzaro, ad Ancona fino a Perugia; è stato Commissario per il coordinamento delle iniziative di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso e componente della Commissione straordinaria del Comune di Castellammare di Stabia.
Un percorso costruito con rigore, sacrificio e senso delle istituzioni, che oggi rappresenta un patrimonio di esperienza e competenza a disposizione della collettività di Avellino.
Allora, dottor Cannizzaro, come vede la città, o meglio la politica cittadina che si prepara alle elezioni comunali?
“C’è una mancanza evidente di idee e di visione. La ricerca in extremis di un candidato ritenuto ‘pesante’ serve a mettere un bollino su qualcosa di indefinito, ma non a costruire un programma.
La città, a mio avviso, da anni, ha bisogno invece di ricostruire la propria capacità di amministrarsi, con obiettivi ambiziosi e con un processo vero di creazione del consenso attorno ai bisogni dei cittadini.
Improvvisare una candidatura è un danno: per la città, per il candidato, che rischia di diventare ostaggio, e per la politica stessa, che si troverebbe a inseguire opinioni non condivise e non costruite insieme”.
Il suo nome è stato spesso rilanciato con forza. Come si fa a dire di no in queste condizioni?
Per una serie di motivi. Intanto è una storia lunga: la prima proposta risale al 1997-98, poi si è ripetuta a ogni tornata elettorale. Ma avevo da inseguire il mio sogno, la mia carriera, che ho cercato di costruire con impegno e sacrificio. Per chi può contare solo sulle proprie spalle, è un percorso difficile, che richiede dedizione quotidiana per conquistare stima e credibilità.
Questo però comporta rinunce. Io ho trascorso circa vent’anni fuori da Avellino, lontano dalla famiglia. E a un certo punto ti chiedi fino a che punto vuoi continuare a sacrificarti e fino a che punto devi restituire qualcosa anche a chi ti è stato accanto.
C’è quindi anche una motivazione personale…
Sì, ma non solo. C’è anche una ragione politica.
Una candidatura si costruisce, non si improvvisa. È vero, qualcuno potrebbe dire: “Te lo chiediamo da anni, potevi pensarci prima”. Ma oggi ho più di 70 anni e sono convinto che chi ha questa età non rappresenta il futuro. Io dico sempre, scherzando con la mia famiglia, che ho un prestigioso futuro alle spalle. Ed è così. La politica e la società civile devono invece costruire il futuro individuando persone sotto i 50 anni, da affiancare, sostenere, accompagnare nella crescita. Io posso collaborare, dare una mano, ma il futuro non può essere affidato a me.
Eppure attorno al suo nome c’è entusiasmo…
Lo apprezzo molto, è commovente. Denota amore e passione per la città.
Ma proprio per questo bisogna essere seri: basta con le soluzioni miracolose. Serve un progetto.
Questa città è sempre stata una fabbrica di intelligenze, una fabbrica altamente produttiva. Che abbiano o meno prestigio oggi non importa: le persone valide ci sono.
Bisogna risvegliare la società civile, quella intelligenza diffusa che ha fatto grande Avellino. Io su questo progetto ci sto.
C’è disaffezione verso la politica…
La disaffezione non nasce dalla stupidità dei cittadini, ma dalla pochezza della politica.
I cittadini si allontanano perché assistono a schiamazzi senza contenuto, a discussioni senza argomentazioni. E soprattutto perché la politica è diventata ricerca di consenso per ottenere una carica, non capacità di rispondere ai bisogni.
Se continua così, nessuno farà più politica. Serve un risveglio vero.
A cosa attribuisce questa crisi?
A due fattori principali: la borghesia che si è ritirata e una politica che non ha saputo selezionare una classe dirigente.
Oggi abbiamo personale politico solo ai vertici, ma manca una base solida. Ed è proprio questa base che va ricostruita.
Da tempo il Corriere dell’Irpinia porta avanti una battaglia per la legalità: Avellino non è più un’isola felice.
È un problema diffuso, non riguarda solo questa città.
Oggi molti comportamenti, non solo eticamente discutibili ma anche giuridicamente illeciti, vengono percepiti come normali. In alcuni casi si ritiene addirittura che ciò che è penalmente rilevante sia lecito.
Questo è gravissimo. La legalità non è il risultato del lavoro di una sola istituzione: è un risultato collettivo. Stato, enti locali, cittadini devono lavorare insieme.
Un “governo di salute pubblica” può essere una soluzione?
Io la chiamo in un altro modo: risveglio.
Le operazioni calate dall’alto non funzionano. Anche una figura autorevole, se non sostenuta da una base reale, non regge. Prima si costruisce la base, poi la leadership.
Quindi nessun ripensamento sulla sua candidatura?
No, la mia decisione è chiara da tempo.
Ma propongo una cosa concreta: diamoci un anno. Costruiamo una squadra vera, credibile. Io ci sto, per quello che posso dare.
La politica deve pensare ai prossimi trent’anni, non alle prossime elezioni. Il punto è costruire, con pazienza, una classe dirigente. E questo richiede tempo, lavoro e visione. Proprio per questo dico: lavoriamo. Senza improvvisazioni. Senza scorciatoie. Costruiamo qualcosa di serio.





