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Fermare l’emigrazione dei giovani verso il nord

Di Matteo Galasso

Nonostante da qualche anno si continui a dibattere su quale soluzione lavorare per risolvere il preoccupante calo demografico che sta portando allo spopolamento dei piccoli centri urbani delle aree interne, gli italiani che non abitano nei grandi conglomerati urbani chiedono più che mai in questo periodo di crisi generalizzata di essere presi seriamente in considerazione con i fatti e non con tante parole.

Lo spopolamento dei piccoli comuni del Mezzogiorno, nonostante abbia interessato un pubblico colto, composto da intellettuali, meridionalisti e politici anche dell’ultimo Governo, che hanno dato vita a incontri e strategie nazionali, ad oggi continua inesorabile. Questo ci fa capire che non possiamo aspettare ancora altri anni, ma che bisogna attuare un piano concreto a partire da subito.

Si continua a parlare di fuga di cervelli: se hai i titoli e vali, non puoi costruire la tua carriera se non ti trasferisci in una città o una regione del Nord. E magari si parlasse solo di fuga: avviene infatti spesso una vero e proprio spreco di cervelli. Grandi menti vengono umiliate essendo costrette non solo a trasferirsi nelle zone più ricche del Paese, ma anche all’estero, ma non per svolgere la professione dei loro sogni, ma semplicemente per sopravvivere con dignità. Viene insomma attuata ancora una politica che non lascia spazio alla meritocrazia e non incentiva le persone sensibili e volenterose ad esercitare la professione con la quale porterebbero prestigio a se stessi e soprattutto alle comunità che sono costretti ad abbandonare.

Regaliamo i nostri talenti ad altre regioni o ad altri Paesi, che ben apprezzano il valore e le potenzialità dei giovani e a differenza di noi intellettuali – che investiamo tempo in discussioni e fiumi di parole sul nulla se non per visibilità – non li considerano come un qualcosa da sistemare, un peso, ma come una risorsa da sfruttare per migliorare le condizioni economiche delle rispettive comunità. Non credo che nei piccoli centri del Sud Italia, ad esempio, ci siano genitori che immaginino un futuro dignitoso per i propri figli, se non lasciando per sempre il luogo dove sono nati e cresciuti, tagliando di netto le proprie radici. Secondo lo Svimez (l’Istituto per Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno), negli ultimi 16 anni, circa 1 milione e 883 mila persone hanno lasciato il Sud Italia. Di questi la metà ha tra i 15 e i 34 anni, un quinto sono laureti e ben 800 mila non sono tornati.

Quindi ci chiediamo: ma con il sistema di gestione attuale del lavoro e delle reali prospettive future chi resterà ad abitare e valorizzare le tanto amate aree interne? Ancora più dettagliatele stime Istat che riportano cifre spietate con una perdita sistematica della popolazione della provincia di Avellino, abbandonata negli ultimi dieci anni da più di 10.000 residenti, senza però contare tutti gli studenti universitari che frequentano un’università fuori regione e che non torneranno più nei comuni di origine una volta conclusi gli studi.

Per frenare questo fenomeno non servirà a nulla alimentare discorsi astratti, talvolta lontanissimi dalla realtà e dalle esigenze reali dei cittadini delle aree interne, iniziando a comprendere davvero attraverso un cambiamento di rotta epocale quale sia la soluzione più innovativa per superare progressivamente questa crisi che attanaglia i piccoli comuni italiani.

Una priorità sarebbe quella di comprendere quali possono essere i punti di forza dai quali far partire questa rinascita, risorse umane comprese. L’emergenza coronavirus, incentivando in tutte le famiglie un imponente sviluppo tecnologico, ci ha, ad esempio, permesso di lavorare e studiare da casa: non pochi sono stati i giovani e meno giovani che, costretti per motivi di lavoro a vivere nei grandi centri, hanno colto l’occasione dello Smart Working, per ripopolare seppur temporaneamente le case dei propri genitori o nonni tornando nei paesi d’origine. E su questo particolare si potrebbe investire concretamente nell’immediato per tentare di incentivare il lavoro da casa, non prima però di aver potenziato una serie di servizi fondamentali per i cittadini, come ad esempio la banda larga e la telefonia, ma anche assicurare scuole funzionali dall’asilo alle superiori, un’assistenza medica tempestiva, cure per gli anziani, una capillare e diffusa piccola e media distribuzione: insomma tornare nei propri comuni di origine ma non rinunciando ad una serie di servizi essenziali se vogliamo mettere un freno al calo demografico ed economico dei territori.

Chiaramente, senza fare retorica, da qualche anno molti dei piccoli comuni delle aree interne puntano quasi esclusivamente al potenziamento dell’offerta di servizi ad hoc finalizzati alla costituzione di offerte per un turismo alternativo: con la pandemia infatti è stato incentivato il cosiddetto turismo di prossimità, spingendo i cittadini a recuperare la loro relazione con i luoghi più vicini, il più delle volte totalmente sconosciuti. Luoghi che, rispetto alle mete turistiche gettonate delle grandi città e della costa, di cui il Covid-19 ha riportato a galla tutte le criticità e debolezze, sono di certo meno affollati e da riabilitare assolutamente per il notevole patrimonio storico e paesaggistico non appena sarà nuovamente permesso di muoversi. Certo che ripartire dal turismo permetterebbe ovviamente di far rinascere progressivamente molte località delle aree interne, di migliorare radicalmente infrastrutture logistiche e tecnologiche, rendendole vicine, anche se lontane, ai grandi centri urbani, rendendole pienamente autonome.

In poco tempo un benessere diffuso potrebbe incoraggiare e incentivare l’apertura di nuove piccole imprese, permettendo a questi borghi nel tempo di crescere economicamente e finalmente di ri-vivere di vita propria. I nostri giovani laureati, talenti, creativi, dovranno essere trattati non più come dei pesi, ma bisogna frenare la loro fuga cercando di inserirli nei settori economici a servizio delle proprie comunità.

Iniziare a comprendere quali sono le potenzialità e smettere una volta per tutte con i buoni propositi, la retorica di tendenza e tanti sterili dibattiti, per rimboccarsi le maniche e superare i punti critici cercando soluzioni realizzabili in breve tempo attraverso un serio piano di rinascita realizzabile e necessario. Le politiche vanno adeguate ai territori, ascoltando innanzitutto chi vi abita riconoscendogli un ruolo attivo nelle decisioni e nelle progettazioni.

Partire dall’occasione offerta dallo smartworking come piccolo passo per far rivivere i borghi dell’Italia interna e potenziare le offerte turistiche incentivando la ripresa di servizi fondamentali per il cittadino puntando alla valorizzazione del paesaggio e del patrimonio culturale, materiale e immateriale, richiede però amministrazioni rinnovate che dovranno finalmente imparare a lavorare a servizio dei cittadini.

 

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