Diventa l’occasione per una nuova riflessione sulla questione meridionale, a partire dalla intuizione gramsciana, lo studio di Giuseppe Iuliano e Paolo Saggese “Antonio Gramsci il meridionale. A cento anni dal Congresso di Livorno (21 gennaio 1921) la nascita di un partito meridionalista” , edito da Terebinto. Sarà presentato questo pomeriggio, alle 17.30, nello spazio antistante la Mondadori. A confrontarsi con i curatori sarà Gianni Festa, direttore del Quotidiano del Sud. Un libro che, a cento anni dalla nascita del Partito Comunista d’Italia, il 21 gennaio del 1921, evero spartiacque nella storia del Novecento, rappresenta un omaggio anche alla memoria dei milioni di uomini e donne, che durante il fascismo, durante la Resistenza, durante gli anni della Prima Repubblica, hanno lottato per valori universali come la libertà, la giustizia sociale, la democrazia. Non ha dubbi Saggese: “Il PCd’I si distinse nettamente per il suo impe gno meridionalista e la sua azione avrebbe potuto cambiare il corso della storia se si fossero create le occasioni, allora del tutto improbabili, di una sua presa del potere. Come è stato dimostrato, il divario tra Nord e Sud si aggravò particolarmente – non a caso – proprio durante il ventennio fascista”. Del resto, proprio l’impostazione meridionalista del PCd’I lo distinguerà dall’operaismo della corrente socialista. Il limite del partito socialista era stato quello do cementare gli interessi degli industriali e degli operai del Nord a tutto danno delle popolazioni e dell’economia meridionali. Da meridionale meridionalista, Gramsci non avrà mai dubbi nel considerare la “questione meridionale” la vera questione “nazionale” da affrontare. Il Partito Comunista d’Italia tenterà di portare avanti un processo di unificazione del popolo italiano intorno a un progetto politico comune, descritto allora con espressioni che richiamavano la rivoluzione degli operai del Nord e dei contadini del Sud. A guidarlo la convinzione che, solo riunendo in un unico partito e attorno ad un unico programma, il popolo italiano op presso dalla borghesia industriale del Nord e da quella agraria del Sud, si sarebbe potuta compiere la rivoluzione ideale incarnata dal Risorgimento, una convinzione comune a molti giovani rivoluzionari, alcuni ispirati dal magistero di Gaetano Salvemini, che nel corso degli anni ’20 del secolo scorso fecero conoscere all’Italia le loro nuove idee. Intellettuali come Piero Gobetti, Ruggero Grieco, Giuseppe Di Vitto rio, Guido Dorso, Tommaso Fiore. E sono davvero tanti gli interventi di Gramsci da cui emerge il suo impegno meridionalista. In un articolo, intitolato “Il congresso di Livorno”, accusa il capitalismo italiano di aver “soggiogato le campagne alle città industriali” e di aver “soggiogato l’Italia centrale e meridionale al Settentrione”. Per ribadire che “solo la classe operaia, strappando dalle mani dei capitalisti e dei banchieri il potere politico ed economico, è in grado di risolvere il problema centrale della vita nazionale italiana, la questione meridionale”. Era stato lo stesso Dorso ad individuare il merito di Gramsci nel superamento dell’operaismo socialista, a partire dalla necessità di collegare le istanze degli operai del Nord ai contadini del Sud, rinsaldando questa alleanza per superare lo “Stato storico”. Anche se, secondo Dorso, il ruolo guida spetterà non alla classe operaia ma alla classe rurale. Decisivo sarà anche il ruolo di Piero Gobetti. Sarà lui a far conoscere Dorso a Gramsci e a divulgare il pensiero meridionalista dell’intellettuale irpino, non solo ospitando ben 17 saggi dorsiani sulla “Rivoluzione liberale” ma anche pubblicando “La rivoluzione meridionale” nel 1925.
Gramsci, il Pci e il Mezzogiorno, il volume edito da Terebinto curato da Saggese e Iuliano
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