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Il risultato delle elezioni di domenica in Emilia Romagna, con la vittoria, imprevedibile quanto alle proporzioni, del presidente uscente Stefano Bonaccini, ha oscurato il successo del centrodestra in Calabria, che misura la debolezza dei progressisti in tutto il Mezzogiorno; ma ha dato luogo anche a qualche paradosso con il quale l’intera maggioranza di governo dovrà fare i conti nei prossimi mesi. La prima, forse frettolosa, interpretazione del voto è sembrata dar ragione a quanti da tempo pronosticavano la fine di un ciclo politico iniziato con le elezioni generali del 2018 che avevano visto disegnarsi una geografia tripolare: un centrodestra sempre più egemonizzato dalla Lega e in via di radicalizzazione, un centrosinistra in difficoltà e un’area – quella grillina – vasta quanto indecifrabile per contenuti programmatici e visioni ideali. Gli elettori della regione che per abitudine si è sempre definita “rossa” sembrano aver rimesso le cose a posto: tramontato il tripolarismo con l’estinzione in regione dei Cinque Stelle, la partita sembrava ormai tornata allo schema tradizionale destra-sinistra, in competizione per la conquista degli elettori di centro, determinanti per la vittoria.

Ed ecco il primo paradosso. E’ come se la seconda repubblica (definizione impropria ma ricorrente) inseguisse la prima copiandone la mappa: una formula politica si esaurisce prima ancora di aver avuto il tempo di esprimersi, e la dislocazione delle forze in campo su due poli suggerisce il ritorno a certezze ormai desuete. Logica vorrebbe che avviandosi verso il bipolarismo, il sistema trovasse coerente una legge elettorale maggioritaria; e invece Pd e Cinque Stelle – il vincitore e lo sconfitto della competizione – confermano la loro preferenza per il proporzionale. Sulla trincea maggioritaria resta saldamente solo la destra estrema di Fratelli d’Italia, mentre i berlusconiani si potrebbero accontentare di un sistema che garantisse loro la sopravvivenza. Si dice che un sistema proporzionale è preferibile perché non inchioda elettori ed eletti a scelte al buio (fatte prima del voto); ma non è vero: col sistema largamente maggioritario vigente, la diciottesima legislatura ha visto finora alternarsi due coalizioni di segno opposto che hanno come comun denominatore solo la figura del presidente del Consiglio, che passa disinvoltamente da uno schieramento all’altro.

Secondo paradosso. Gli elettori, per quanto possa valere il voto di una sola regione, hanno mostrato una tendenza bipolare; ma il parlamento in carica resta fortemente tripolare e sarà determinato da una logica tripolare ad assumere le decisioni legislative, non da poco, che gli competono in materia di giustizia, fisco, lavoro, migranti, regime delle concessioni; per non parlare del campo internazionale che ha visto una totale assenza dell’Italia, frutto malato del sovranismo del Conte I che il Conte II sta cercando di far dimenticare.

E siamo al terzo paradosso. Subito dopo il voto in Emilia e in Calabria, il governo ha fissato per il 29 marzo la data del referendum per la riduzione del numero dei parlamentari, il cui esito appare scontato. Si passerà così dagli attuali 945 e 600 fra deputati e senatori; ma da quella data gli elettori, che avranno deciso a larga maggioranza per avere una rappresentanza drasticamente ridotta, dovranno aspettare ben tre anni per poter eleggere le nuove Camere.

di Guido Bossa

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