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Rino Caputo inaugura la rassegna “Intrecci”: così la Divina Commedia ci ricorda che non c’è futuro senza pace

“Non ci può essere futuro per l’umanità senza pace. E’ quanto ci ricorda Dante Alighieri nella sua Divina Commedia”. A illustrare il messaggio che caratterizza l’universo dantesco il professore Rino Caputo, direttore della Rivista Internazionale Dante, nella lectio magistralis Tra Amore e Giustizia. La Pace al centro della Commedia, appuntamento inaugurale della rassegna culturale “Intrecci”, tenutasi questa mattina nella Sala Penta della Biblioteca Provinciale di Avellino. A curare la rassegna Massimo Montanile, presidente associazione Intrecci, in collaborazione con realtà e istituzioni del territorio e non solo, dalla Provincia all’Università di Salerno fino a GP4AI – Global Professionals for Artificial Intelligence, OGEPO. Uno spazio, quello di Intrecci, che vuole essere occasione di confronto costante: “Siamo convinti – spiega Montanile – che la cultura non possa essere successione di eventi isolati ma si nutra di relazioni, di rapporti tra universi, istituzioni, persone, sia dunque un ecosistema aperto e generativo, in cui la cultura diventi occasione di crescita collettiva. Di qui l’idea, attraverso la rassegna, di un dialogo che superi i confini dei territori, fondendo dimensione locale e globale. E non è casuale la scelta di partire da Dante Alighieri, poeta che non appartiene solo alla letteratura ma alla coscienza culturale dell’Occidente, parla alle nostre inquietudini più profonde, a partire da temi come giustizia, pace e legalità e rappresenta un riferimento in un tempo di forte spaesamento, segnato da guerra e violenza”.

Quindi, si sofferma sul programma culturale 2026 dell’associazione, caratterizzato da incontri letterari, mostre fotografiche, dialoghi interdisciplinari, eventi musicali e riflessioni dedicate al rapporto tra uomo e Intelligenza Artificiale. “Particolare rilievo – ribadisce Montanile – è stato attribuito al tema della pace, della memoria, dell’identità culturale e della necessità di preservare il pensiero critico in una società sempre più attraversata dall’automazione e dalla velocità digitale. La cultura diventa così strumento per arginare lo strapotere dell’Intelligenza Artificiale e restituire all’uomo la sua unicità e non perdere la capacità critica”.

A ribadire la forte attualità del pensiero di Dante Rino Caputo, che parte dalla sacralità che contraddistingue il poema, nella sua connessione tra cielo e terra “Un’opera che trova la sua cifra distintiva nella centralità delle relazioni tra senso e suono, tra significato letterale e allegorico, retta da una rigorosa architettura numerologica – spiega Caputo – come testimonia la suddivisione in tre cantiche, ciascuna di 33 canti per un totale di 14.233. Dante sceglie, accuratamente, nella costruzione del poema, di rispettare geometrie e simmetrie legate a numeri primi che siano rigorosamente multipli di tre, simbolo della trinità divina e, dunque, della perfezione. Ecco perché possiamo individuare il centro della Divina Commedia nel XVII Canto del Purgatorio, e in particolare nei versi 69 e 70 quando Dante incoraggia ad essere costruttori di pace:  ‘Così disse il mio duca e io con lui/volgemmo i nostri passi a una scala/e tosto ch’io al primo grado fui/ sent’mi presso quasi un muover d’ala/e ventarmi nel viso e dir ‘Beati i pacifici, che sono sanz’ira mala’”. Caputo evidenzia come i versi richiamino con forza il Discorso delle Beatitudini del Vangelo secondo Matteo: “E non è un caso che Dante guardi al Vangelo di Matteo, quello stesso raccontato da Pasolini nella sua opera cinematografica. Del resto, era proprio Pasolini ad aver immaginato una ‘Divina Mimesis’ che fosse una sorta di Divina Commedia del suo tempo”. Dalle Beatitudini a Lucrezio e al suo De Rerum Natura, “chiamato in causa da Dante, per spiegare la legge dell’amore che vince su tutto e ricordarci che la pace è una costruzione quotidiana, si conquista ogni giorno, per poi soffermarsi sul concetto del libero arbitrio che caratterizza l’uomo, chiamato a scegliere tra bene e male. Il libero arbitrio si oppone, dunque, all’idea del fato contro cui nulla può l’uomo, poichè è “la mala condotta/è la cagion che’l mondo ha fatto reo”.

Una riflessione, quella di Caputo, che passa in rassegna anche la fede di Dante nella necessità di un imperium, che abbia piena facoltà di governo sugli esseri umani ma non possa controllare le anime, nel segno della separazione tra potere temporale e spirituale. Ecco perchè il Sommo Poeta indicherà nella monarchia l’unico strumento in grado di garantire la pace. Tanto da vedere le sue speranze deluse dopo la morte del giovane imperatore Arrigo VII. Saranno, poi, gli Stati nazionali ad affermarsi, al di là della contesa tra Papato e Impero”. Un percorso capace di collegare passato e presente, così l’appello alla pace che caratterizza la Divina Commedia richiama, nell’analisi di Caputo, una forte analogia con l’enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII, a partire dalla connessione tra amore, giustizia e pace e con l’impegno delle organizzazioni internazionali nate per promuovere la pace tra i popoli”.

Nel dibattito finale, è quindi la professoressa Milena Montanile ad evidenziare il forte legame tra parola, amore, giustizia e pace che attraversa la lettura proposta da Caputo, sottolineando anche la dimensione politica della riflessione dantesca e il tema del rapporto tra potere spirituale e temporale.

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