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I Trattori si mobilitano. Ludo dell’Uniagri di Avellino: 50% di aziende chiuse in 20 anni, il 75% in aree montane

I Trattori chiedono di essere ascoltati: hanno anche una richiesta perentoria: la proclamazione dello stato di crisi nazionale. Lo hanno annunciato oggi in conferenza stampa alla Camera dei deputati, anticipando le richieste contenute nella lettera-appello a tutti i partiti italiani e ai due presidenti di Camera e Senato.

A Roma, il 19 marzo in Campidoglio, la manifestazione nazionale. “Abbiamo avanzato proposte e chiediamo alla politica di aprire un Tavolo”, ricordano i Trattori, facendo notare che non c’è stata risposta alla richieste che hanno fatto a gennaio al ministro dell’Agricoltura Lollobrigida ma ad oggi non è giunta alcuna risposta.

I Trattori rinnovano la richiesta e fanno un appello ai sindaci e alle istituzioni territoriali dal Consiglio Unitario della Mobilitazione contro la crisi.  “Siamo un movimento maturo” – rivendica Gianni Fabbris a nome del Consiglio Unitario della Mobilitazione contro la crisi -. “Non siamo i Cobas e neanche i gruppetti ma siamo un grande movimento popolare e abbiamo proposte che vengono dai territori. Non siamo – precisa ancora il portavoce Fabbris – né di destra né di sinistra, né a favore e neanche contro il governo, ma non siamo neutrali: abbiamo idee e proposte sulle scelte inadeguate che negli ultimi anni ci hanno portato alla crisi e allo spopolamento delle aree rurali. E’ vero che c’è un made in Italy che esporta ma negli ultimi 20 anni metà delle imprese dell’agricoltura e della pesca hanno chiuso. E l’Italia da paese di produzione di cibo si sta trasformando in una grande piattaforma commerciale, spesso di falso di made in Italy”.

Daniela Rossi di Riscatto agricolo Lombardia ha annunciato un presidio davanti alla sede Rai di Milano e che dal 7 marzo le iniziative dei cosiddetti Trattori saranno rivolte ai cittadini informandoli sul cibo sano e sul vero made in Italy, mentre il 19 marzo è prevista a Roma, in Campidoglio, la manifestazione nazionale.

Nel frattempo nella rete dei municipi rurali è partita una petizione sulla richiesta di declaratoria dello stato di crisi con raccolta firme da presentare al presidente della Repubblica Mattarella.

Dall’Irpinia Antonello Ludo di Uniagri Avellino ha lamentato che la “protesta sociale dei trattori è quest’anno imbavagliata”. Il Consiglio Unitario della Mobilitazione contro la crisi vuole parlare con i sindaci e sul sito statodicrisi.it sono in corso di pubblicazione una trentina di adozioni da parte delle realtà civiche dell’istanza di declaratoria di stato di crisi, con l’obiettivo di raggiungere quota 100 entro la mobilitazione nazionale del 19 marzo.

Ludo ha in particolare sottolineato che del 50% di aziende agricole chiuse negli ultimi 20 anni, il 75% di queste erano attive in aree collinari e montane dove è forte il rischio spopolamento.

“Se vogliono portare fuori l’Italia dalla stagnazione occorre puntare sull’agricoltura capace di creare l’enoturismo, l’oleoturismo e di presidiare ambiente e paesaggio”, ha detto il produttore di agrumi in Sicilia Angelo Di Stefano che ha denunciato come “un affronto il progetto di avviare l’agricoltura nel deserto africano col Piano Mattei mentre la Sicilia soffre la siccità nei campi”.

Mentre nelle sala conferenze stampa di Montecitorio il Consiglio Unitario della Mobilitazione contro la crisi chiede formalmente alla politica di aprire un confronto, oltre 100 Trattori – viene annunciato nel corso dell’incontro – stanno sfilando a Ferrara, mentre a Milano un presidio è sotto la sede Rai “per denunciare oscurantismo su questa mobilitazione”.

Nevio Torrisi, pescatore di Cesenatico e membro della ‘Rete dei pescatori del Mediterraneo’ sottolinea che per il comparto ittico “quella in corso è un crisi gravosa: nelle marinerie italiane si è passati dalle 20mila unità di 20 anni fa alle 11mila di oggi, con una perdita secca del 45% delle aziende e di oltre il 50% della forza lavoro. Le politiche europee ci hanno finora danneggiato puntando sulla sostenibilità ambientale senza guardare a quella economica. E in Italia l’importazione di pescato ha superato quota 80% perché si consente a Paesi non comunitari di pescare nel nostro stesso mare ma con altre regole meno vincolanti. Le nostre aziende vanno messe in sicurezza”, chiede il pescatore romagnolo.

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