di Emanuela Fausto
C’è un momento che ogni studente sogna. Quello in cui l’università finisce, il titolo è finalmente tra le mani e il futuro sembra pronto ad aprirsi. È un momento fatto di speranze, aspettative e qualche inevitabile paura.
Per molti giovani con disabilità, però, quel traguardo coincide anche con un’altra domanda, più silenziosa e più pesante: ci sarà davvero un posto anche per me?
Non è una domanda che nasce dalla mancanza di talento o di preparazione. Nasce da anni di porte socchiuse, di sguardi che vedono prima la disabilità della persona, di colloqui in cui il limite sembra parlare più forte delle competenze.
Per questo la nascita di Spazio PIU, il nuovo sportello promosso dalla Regione Campania per accompagnare gli studenti universitari con disabilità verso il mondo del lavoro, rappresenta una notizia che merita attenzione. Non perché risolva tutto, ma perché prova a cambiare il punto di partenza.
Orientamento, accompagnamento, preparazione ai colloqui, sostegno all’imprenditorialità, dialogo con i Centri per l’Impiego e con il sistema universitario: sulla carta c’è tutto ciò che serve per costruire un ponte tra il percorso di studi e quello professionale.
Ma non basta costruire un ponte se dall’altra parte non c’è qualcosa per cui valga la pena attraversarlo o qualcuno che ci tenda la mano.
Ed è qui che inizia la vera sfida.
Per troppo tempo abbiamo parlato di inclusione come se bastasse eliminare una barriera architettonica o rispettare una norma di legge. L’inclusione, invece, è soprattutto una scelta culturale. È la capacità di un imprenditore di vedere una risorsa dove altri vedono un problema. È il coraggio di affidare responsabilità senza lasciarsi guidare dai pregiudizi. È comprendere che la diversità non impoverisce un ambiente di lavoro: lo rende più umano, più creativo, più ricco.
La Campania, terra che conosce bene il valore del sacrificio e della resilienza, può trasformare questa iniziativa in qualcosa di più di un servizio. Può farne un esempio di comunità che non lascia indietro nessuno.
Perché il lavoro non è soltanto un contratto.
È il primo stipendio che permette di non pesare più sulla famiglia. È la soddisfazione di sentirsi utili. È la libertà di progettare una casa, un viaggio, una vita. È quella dignità che nessun contributo economico potrà mai sostituire.
Le istituzioni hanno fatto il primo passo. Ora tocca alle aziende, alle associazioni, ai professionisti e a ciascuno di noi. Perché una società inclusiva non nasce negli uffici dove si firmano i protocolli, ma nei luoghi dove ogni giorno si decide chi assumere, a chi dare fiducia e su chi scommettere.
Forse il valore più grande di Spazio PIU non sta nello sportello che apre oggi, ma nella domanda che pone a tutti noi: siamo davvero pronti a riconoscere il talento, anche quando si presenta con una storia diversa dalla nostra?
Il futuro si costruisce così. Non facendo spazio per qualcuno, ma accorgendosi che quello spazio gli apparteneva da sempre. E che, troppo spesso, eravamo noi a non volerlo vedere.


