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Il Maestro Cesa e i suoni della sua terra

Di Vincenzo Fiore

Ombre in movimento, luci annebbiate, un chiaroscuro ininterrotto che lentamente si scopre. Una massa informe di persone, l’anonimato che passa senza lasciar traccia attraverso i corridoi di un ospedale. Non occorre una buona vista per scorgere dietro le “Sagome indistinte” dei passanti, ma probabilmente basta solo, si fa per dire, una grande sensibilità artistica. È proprio l’artista colui che va verso gli altri (l’etimologia della parola arte deriva dalla radice ariana ar- che in sanscrito significa “andare verso”), e in questo incontro egli scopre volti e racconta storie con i propri mezzi: che siano parole o note musicali. E proprio di quest’ultime si serve il Maestro Mario Cesa, che di recente ha composto “Sagome indistinte” partendo dall’esperienza della sua malattia. Perché se la malattia può significare sconfitta e distruzione, per Cesa essa rappresenta uno stimolo alla creazione. Un modo per aggredire il malessere, raccontarlo e in qualche modo renderlo estraneo. Come scrisse infatti il critico Renzo Cresti nella prefazione al libro di Gianvincenzo Cresta “Le possibilità del molteplice. Viaggio a-temporale nella musica di Mario Cesa” (Rugginenti, 2001) «bisogna abitare l’opera» e Cesa lo fa con tutto se stesso, entrando in simpatia con l’uomo, nel senso greco del termine di “sympatheia”, cioè di condividere il pathos, di patire insieme, di provare le stesse emozioni per superare le difficoltà. Non a caso nel clima ideologizzato di qualche decennio fa, si è scritto del Maestro Cesa come di un uomo del popolo, ovvero un compositore che se per il suo talento traeva fuori la sua individualità dalle masse, contemporaneamente si trovava dunque in quello strano status di essere sia «con il popolo ma anche fuori di esso». Seppur con la sua indole solitaria, Cesa non si è mai rinchiuso in una torre d’avorio, al contrario egli non ha fatto altro che raccontare la sua terra, l’Irpinia, e i suoi protagonisti. Emblematico l’esempio del “Concerto per Violino e Orchestra – Sciaugscenesci”, parola ascoltata da un dialogo fra due carpentieri che esprime una sorta di empatia, una volontà di immedesimarsi nell’altro e conoscerlo. Oppure di brani come “Pellegrinaggio”, “Feste Paesane” o “Cinque esercizi per pianoforte sulle feste popolari irpine” dove la congiunzione fra la complessità della composizione e la semplicità rituale delle feste di paese, fatta di confusione, gesti e parole, genera un ritmo decisamente innovativo, fra incanto e brutalità. Sacro e profano si mescolano, si alternano e si confondono; una musica evocativa che si fa anche memoria storica, memoria collettiva, testimonianza di tradizioni che si perpetuano (si ascolti, appunto, il terzo brano dell’Antologia 1981-1991 intitolato “La memoria del passato”).

D’altronde, Cesa nonostante si sia formato presso il Conservatorio S. Pietro a Maiella di Napoli – facendo contemporaneamente l’operaio – e abbia insegnato per ventun’anni presso il Conservatorio Statale “Cimarosa” di Avellino, ha sempre rivendicato una certa autonomia nello stile e nel pensiero, con un accento fortemente anti-accademico. Riflettere sulla musica, dunque, ma non aderire a una corrente precisa, sebbene ci siano stati punti di riferimento fermi nella sua carriera, a partire da Luigi Nono fino ad arrivare a Claudio Abbado, senza dimenticare anche Salvatore Accardo e Mino Asciolla. Un lungo percorso inaugurato nel 1969 con una tecnica dodecafonica e tuttora attivo e libero da schemi rigidi, che ha portato Cesa ad esibirsi su importanti palcoscenici europei, arrivando anche a Cuba, in Cina, in Russia e in Messico, componendo qualcosa come duecento brani circa. Proprio del viaggio nella Repubblica centro-americana, Cesa custodisce uno dei suoi ricordi più dolci, quando un uomo vestito con gli abiti tradizionali aztechi, affascinato dall’ascolto, volle per forza fotografare i suoi spartiti.

Non manca anche l’ironia fra le note del maestro Cesa, un esempio su tutti è “Chiostri”, dove viene narrata la vicenda di quando al Goleto un gruppo di monaci raggiunse il gruppo di suore capeggiate da una madre badessa, immaginando nella composizione tutto lo scompiglio che potesse conseguire da quegli incontri, non sempre innocenti. Ma Cesa è capace anche di raccontare, attraverso un dialogo fra violini, il lato selvaggio dell’uomo, mettendo in musica una rissa fra tre giovani (si ascolti “Triviarchi”).

Insomma, Cesa ha raccontato e continuerà a descrivere attraverso le note la bellezza, ma anche le storture e le contraddizioni della sua terra: “Avellino vivrà se qui resta qualcuno a fare qualcosa”, sostiene. E lui con il suo talento ci ha sempre provato, “nonostante non tutti siano pronti ad accogliere la cultura, spesso ritenuta un lusso, un bene di seconda se non di terza necessità” (si ascolti a proposito l’ensemble di 12 sassofoni “Città viva, città morta, città…). Alla fine di quest’articolo, che non ha la pretesa di essere un commento critico, ma piuttosto un invito all’ascolto, è utile ricordare un aforisma di un grande filosofo ma anche compositore dell’Ottocento: «La vita senza la musica sarebbe un errore» (Friedrich Nietzsche, Il crepuscolo degli idoli).

 

 

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