Un anno fa di questi giorni la vigilia della pausa estiva dei lavori parlamentari era dominata dall’attesa del referendum costituzionale già fissato per l’autunno inoltrato e destinato a sancire la sconfitta di Matteo Renzi e del suo governo, ma anche di quanti si erano schierati per la riforma: da Prodi a Napolitano, da Pisapia ad Alfano a tanti altri che è inutile enumerare. Oggi, la politica chiude di nuovo per ferie, e l’ombra dell’esito referendario si staglia ancora sul parlamento e sui partiti, determinando una fase di incertezza che è destinata a durare probabilmente anche oltre le elezioni generali della prossima primavera. Sui contenuti della riforma renziana si sono sprecati fiumi d’inchiostro, e sarebbe inutile tornarci sopra, se non per ricordare che il succo della proposta consisteva nella semplificazione del sistema istituzionale, nella razionalizzazione dei rapporti tra Stato e autonomie, nel rafforzamento del primato della politica su tutte le articolazioni della società. Caduta questa ipotesi, che difficilmente potrà essere ripresentata agli elettori, si è realizzato l’effetto contrario: indebolimento della politica, frammentazione partitica (scissione del Pd ma non solo, visto che anche la destra è divisa e il centro è una maionese impazzita), disarticolazione dello Stato, con il Mezzogiorno lasciato a se stesso e le regioni del Nord, Lombardia in testa, che si apprestano a spendere milioni di euro per un referendum assolutamente inutile. Alla luce dei risultati, c’è da chiedersi chi abbia veramente vinto la partita. Certo, Renzi è caduto e fatica a rialzarsi, e il Pd è in grave crisi; ma il governo che è nato dalle ceneri di quello vecchio, nonostante la capacità del presidente Gentiloni e qualche buon risultato sul piano economico, sconta la debolezza complessiva di un sistema che non regge al confronto con partner internazionali, Francia in testa, molto più saldamente strutturati e pienamente legittimati. L’esito non voluto ma prevedibile della vittoria dei no ha scatenato gli appetiti divergenti delle diverse componenti del fronte dei vincitori, e così ci si avvia ad una ritorno al proporzionalismo che sembra un salto all’indietro, un rifugio nell’usato sicuro (ma quanto?) di una stagione in cui sarà difficile distinguere programmi, coagulare alleanze stabili, evitare il trasformismo, vero cancro di una politica incerta. Fallita la scommessa sul futuro, rivive il passato, con il peso degli anni e l’eco stonata di vecchie formule e vecchi slogan. La difficoltà, forse l’impossibilità di raggiungere un accordo su una legge elettorale condivisa, capace di garantire rappresentatività e governabilità, certifica la debolezza del sistema, lo stallo nel quale si conclude l’ennesima legislatura che si era ambiziosamente definita “costituente”. Si è preferito non rischiare. Sulla legge elettorale, ha detto il presidente del Senato, “si giocherà la credibilità dei partiti da qui alle elezioni”; e il “rammarico” espresso dal Capo dello Stato per il “dissolversi della prospettiva di un metodo di larghe intese parlamentari sulle regole che devono essere comuni”, sembra quasi frutto di paziente rassegnazione. E’ il vecchio che avanza.
Guido Bossa
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