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In morte di un politico giusto

Gli chiesi, sessanta anni fa nella storica tipografia Pergola, mentre mi avviavo a fare il giornalista: “Peppino, chi giudica i giudici?”. Gargani mi guardò incuriosito, quasi come se io lo avessi provocato e replicò: “È un tema complesso, ne dovremo parlare a tempo debito”. Quella mia innocente domanda divenne da quel giorno il suo mantra. O meglio la dedizione della sua vita al problema del rapporto politica-giustizia.

Democristiano della corrente di Base, osservante del popolarismo sturziano, cattolico, Peppino Gargani è stato l’ultimo esponente di una classe dirigente impegnata a vari livelli nelle Istituzioni. Fare politica significava per lui confrontarsi con gli altri, dare risposte ai bisogni, secondo il verbo di Ciriaco De Mita e dei cosiddetti “Magnifici sette”.

Gargani è stato il più esposto nell’impegno corale e forse, ma senza forse, colui che dalla politica è stato maggiormente penalizzato. Ricordo i giorni del tormento in occasione del rapimento di Ciro Cirillo, presidente della Regione, allorché De Mita, presidente del Consiglio, fu bersagliato di domande dai magistrati alla ricerca di tracce sulla provenienza dei finanziamenti raccolti per il riscatto. Gargani faceva da scudo e spesso ingiustamente veniva additato come responsabile di vicende a lui estranee. Era così in tutte le vicende, forse per la radice che legava quella classe dirigente dotata di grande autonomia, ma stranamente forte di un legame che li univa nella parentela e per questo si avvicinavano e si allontanavano per difendersi, seppure con qualche litigio che non era mai veramente tale. De Mita da Nusco, Salverino De Vito da Bisaccia, Gerardo Bianco da Guardia dei Lombardi, Peppino da Morra hanno rappresentato la nobiltà politica di quel territorio ricco di risorse culturali delle quali erano orgogliosi. La condivisione delle strategie, la gerarchia costruita sulla base delle competenze di ciascuno era purtroppo destinata a rompersi quando i linguaggi sarebbero diventati diversi. Peppino non si considerava l’ultimo della cucciolata. Mi disse un giorno che il testimone dell’impegno politico, per non disperdere un grande patrimonio, doveva essere Ortensio Zecchino; era una fase in cui alcune scelte divaricarono. Gargani si batté per una “riappacificazione”, pensando al futuro.

Certo, Peppino è andato via con convinzioni mai assalite dal dubbio. Di Tangentopoli sosteneva che fu una manovra politico-giudiziaria contro i partiti. Nei convegni, libri, discussioni pubbliche ha sempre sostenuto, quasi ossessivamente, questo paradigma.

Ho conosciuto il Gargani politico, con i suoi dubbi e il desiderio di confrontarsi. Era ormai diventato un rito che la domenica pomeriggio mi invitasse nel suo studio per parlare delle vicende della nostra Irpinia. Ore di colloqui che arricchivano il mio pensiero.

Poi la morte senza avviso. Mi ha detto il figlio Alessandro che Peppino è andato via così come desiderava. Fermo in attesa dell’auto che lo accompagnava a Montecitorio, con giacca e cravatta e appunti nelle tasche. I miei occhi l’hanno visto morire prima, dal giorno in cui sua moglie, la professoressa Tesauro, rese l’anima a Dio. Da quel momento Peppino era cambiato. Aveva perso il più importante riferimento della sua vita. Ripescai nella memoria un nostro colloquio telefonico in cui l’on. Gargani mi raccontò di essere stato indicato ministro e si affrettò a telefonare alla moglie che gli consigliò di fare in fretta per comprare un vestito nuovo per il giuramento al Quirinale. Così fece, ma giunto a metà dello scalone del Quirinale fu raggiunto dalla notizia che la scena era cambiata: non sarebbe diventato ministro. Cercai di consolarlo per quello che potevo e con l’affetto che gli portavo. Anche allora pagò il prezzo più alto, forse per il veto del connubio politica-giustizia. Un giorno la cronaca racconterà la vera storia. E qualcuno racconterà anche il suo orgoglio per essere nato a Morra, la terra di Francesco De Sanctis, ma anche di sua zia, fondatrice delle Suore Apostole del Sacro Cuore, suor Maria Gargani, che è stata riconosciuta Beata a conclusione di un processo che ne reclamava la santità. E allora sia suor Maria ad aprire a suo nipote la strada verso mete di tranquillità.

Ciao Peppino.

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Gianni Festa

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