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Irpini per sempre, tra voci e racconti il legame con le radici

Dipingere l’Irpinia in tutte le sue sfumature, nei suoi antri segreti, nei suoi sapori e profumi di bosco, descrivere, in modo plastico, quasi vivificandole, le sue tradizioni e le sue leggende e poi ancora racconti e storie che adombrano un piccolo “mondo antico”, fatto di cose semplici e di sentimenti genuini. Ed ancora, il susseguirsi di paesaggi, strade, vicoli, campanili, personaggi e soprattutto di parole, a volte incandescenti, come i tramonti estivi, altre volte, più dure e sferzanti, come i venti invernali che tempestano l’Irpinia, ma sempre dotate di musica, a volte triste e malinconica, altre, allegra e festosa come nelle bande di paese. Questo e molto altro si è vissuto nella presentazione, al Circolo della Stampa di Avellino, del libro corale “Irpini per sempre” – Viaggio emozionale nel cuore dell’Irpinia (Edizioni della sera 2020). Già il sottotitolo rimanda alle intenzioni della curatrice del volume, la scrittrice Rossella Luongo, e delle tanti voci autoriali che hanno partecipato alla miscellanea. Un incontro sapientemente coordinato dal critico ed intellettuale Paolo Saggese, impreziosito dai suoi interventi critici, sempre puntuali e profondi. Denso di pathos, l’intervento del Professor Luigi Anzalone, prolifico ed affermato scrittore, che ha tratteggiato la figura di Anteo, a cui viene strappata la terra, rimandando ad una Irpinia, che rischia di perdere le proprie radici e la propria identità, qualora venisse privata della sua essenza più vera. «Che cosa hanno perso di vista i politici?  – ha stigmatizzato – “il Sole nero del Sud”, titolo di un mio libro paradigmatico  da cui sto prendendo spunto, è l’opposto del sole, e rimanda a quelle tensioni e a quel bisogno di riscatto che è ancora il sogno del Sud, dove gli uomini e le donne possano essere davvero liberi, uguali, felici». Icastico l’intervento di Gaetana Aufiero, con  le sue donne indomite e fiere, donne forti di una Irpinia che vuole risorgere e che alza il capo. « Nel mio racconto – ha affermato – campeggia un casale che è stato un importante centro di produzione del vino, aperto alle tecniche enologiche, finché l’epidemia della spagnola, non interrompe questa produzione. Le donne che noi incontriamo nello scritto, di diverse generazioni, sono quelle che popolavano il casale e  che hanno insegnato l’amore per la terra ai propri figli. Quelle madri che non baciano i bambini, perché i figli si devono baciare solo nel sonno.». Sono quelle stesse donne, come ha sottolineato ancora Saggese, che hanno presidiato l’Irpinia dopo l’emigrazione e la guerra. Ed ancora, i “fafaglioni” di Michele Vespasiano, fuochi accesi nella notte della vigilia dell’Immacolata, con le sue suggestioni antiche e la sua dolcezza. Tradizioni che intessono una storia antica, impastata di religiosità e di incanto e che abbiamo il dovere di non perdere. Riaffiora ancora l’Alta Irpinia dei pastori, quella narrata da Peppino Iuliano, con le sue masserie ed i suoi campi. « In Alta Irpinia, la Chiesa è stata fondamentale per lo sviluppo. Abbiamo avuto vescovi che sono stati esempi di lavoratori, come il vescovo di Montemarano. La Chiesa di Nusco, ad esempio,  aveva una masseria. Le donne con i bambini e con i vecchi, portavano avanti le piccole aziende contadine. Per più di un secolo, il mondo dell’irpina è un mondo contadino». Ilde Rampino, invece, impasta un racconto d’amore, che affonda le sue radici nel passato, ma poi ritorna nel presente. «Quello che noi viviamo – ha affermato– è sempre il frutto di quello che hanno vissuto gli altri». E poi, ancora, il tema della paura, che riaffiora nel racconto di Floriana Guerriero, un racconto emozionante,  frutto di una ricerca interiore, dove molte di queste paure sono anche il frutto dell’educazione ricevuta, delle tragedie che abbiamo vissuto, delle poche opportunità che offre questa terra. Per Eleonora Davide, innamorata della storia irpina «Le pietre irpine, pietre dei nostri castelli, che sono sotto i nostri occhi e che, spesso, non riusciamo a leggere». E così sono ancora le pietre del terremoto, che ritroviamo anche in altri racconti, o la voce flautata di bambine che rivivono, poetiche e leggiadre,  nel ricordo dell’unica sopravvissuta, in un tempo sospeso tra la terra ed il cielo. Ed ancora, Frigento che rivive nelle pagine appassionate di Gennaro Iannarone, in immagini che diventano vivide, plastiche, trasfigurate dalla nostalgia. Ed ancora altre storie, altre pietre, altre immagini, per raccontare una terra indomita, che non vuole arrendersi. Forse, una sfida aperta per noi tutti.

Vera Mocella

 

 

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