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L’enorme preoccupazione della scorsa settimana per uno scontro NATO-Russia, causato dalla caduta di un missile «russo» sul territorio polacco e il successivo chiarimento che, in realtà, si è trattato di pezzi missilistici della contraerea ucraina, ha ulteriormente dimostrato al mondo intero che la follia della guerra è costituita anche da errori dell’ultratecnologia bellica, come la guerra in atto in Ucraina ha dimostrato. Frattanto, dopo il perdurante fallimento della diplomazia per riunire intorno allo stesso tavolo i belligeranti per una possibile soluzione negoziale, forse non è stato dato sufficiente spazio comunicativo, nell’ottobre scorso, all’attribuzione del premio Nobel per la pace ai due paesi in guerra, Russia e Ucraina, nonché alla vicina Bielorussia, all’attivista umanitario bielorusso Ales Bealiatski. L’organizzazione russa per i diritti umani, Memorial, fondata nel 1987 da attivisti dell’ex Unione sovietica e costretta, l’anno scorso dalla Corte Suprema della Russia, a cessare l’attività ha ricevuto il Nobel per la Pace insieme al Center for Civil Liberties, fondato a Kiev nel 2007 allo scopo di promuovere i diritti umani e la democrazia in Ucraina. Attualmente il Center for Civil Liberties è impegnato a documentare i crimini di guerra contro la popolazione ucraina. Con queste significative scelte Berit Reiss- Andersen presidente del comitato norvegese per il Nobel, aiuta a infrangere una narrazione semplicistica molto diffusa che contrappone in modo manicheo i buoni e i cattivi nella guerra in corso, come in tanti altri conflitti, mostrando, invece, quanto la realtà sia più complessa e articolata. In particolare il messaggio intende veicolare il convincimento che tra i paesi bielorussi non c’è solo il delirio di onnipotenza, soprusi e violazioni di ogni genere, ma c’è anche la presenza di forze sane, espressione di un senso civico radicato nel profondo del tessuto sociale, pronta a lottare per la difesa dei diritti umani, anche pagando in prima persona per il loro impegno, come Ales Bialatski, arrestato più di 25 volte e attualmente ancora in carcere. È comprensibile che, a fronte dei tanti tentativi falliti per la pace, ci sentiamo confusi e smarriti, ma corriamo in tal modo il rischio di rimanere ancorati ad una visione distorta, lontana da elementi positivi preziosi per una buona soluzione negoziale. Credo che il processo per giungere alla pace possa anche attraverso questo paziente lavoro per una diversa presa di coscienza, per leggere meglio la complessità degli orizzonti oscuri della guerra. Se la conflittualità all’interno della società civile non è affrontata per tempo e in modo adeguato, vi è il rischio che si aviti su sé stessa e si incancrenisce, per ampliarsi su scala globale. Lo dimostrano tante vicende a livelli diversi, in Italia e nel mondo, dalla aggressione e intimidazione ai danni delle donne e dei migranti, a episodi come l’assalto al Campidoglio di Washington del gennaio 2020, ai conflitti bellici internazionali ancora in atto. Allora va riconosciuto che il premio Nobel 2022, conferito a tre realtà della società civile impegnate nella difesa dei diritti umani e dello Stato di diritto in Paesi in cui la democrazia è fragile o essente non è solo un atto di incoraggiamento o una pia speranza, ma una vera e propria scommessa politica. Tale conferimento, pertanto, costituisce un appello alla responsabilità del mondo intero e di ciascuno di noi perché il cantiere della partecipazione politica e della difesa della democrazia è sempre aperto per accogliere maestranze e semplici costruttori di pace e di solidarietà.

di Gerardo Salvatore

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