Rosa Bianco
Con La Grazia, Paolo Sorrentino consegna al cinema italiano un’opera di risonanza morale e intellettuale rara, un film che non si limita a raccontare una storia, ma pone la domanda centrale su cui ruota tutto il racconto: “Di chi sono i nostri giorni?” — una domanda che la figlia Dorotea, interpretata da Anna Ferzetti, rivolge più volte al padre, il Presidente della Repubblica. Questa domanda attraversa lo spettatore ben oltre la sala, insinuandosi nella coscienza di chi vede il film e invitandolo a riflettere sul senso della responsabilità, della libertà e della temporaneità della vita umana.
Una riflessione sul potere oltre la politica
In La Grazia il potere non è spettacolo, né mero esercizio di autorità: è scelta ponderata, dubbio, ascolto, coscienza. Sorrentino stesso afferma: “La Grazia non è un film sulla politica, ma sui modi di fare politica, sul senso della responsabilità, sul tempo necessario a fare scelte ponderate sull’idea di non esasperare i conflitti”. E la politica secondo Sorrentino: “E’ amore, vocazione e solitudine”: ed è questa prospettiva che rende il film un’opera civile e di profondo pensiero, capace di portare sul grande schermo dilemmi esistenziali che travalicano le appartenenze ideologiche.
Il protagonista Mariano De Santis, interpretato da Toni Servillo con profonda e misurata intensità, è un Presidente vedovo, ex giurista, profondamente cattolico e soprannominato “Cemento Armato”, proprio per quel suo modo inflessibile e riflessivo di affrontare le decisioni. Nel film Sorrentino rivendica che De Santis non è la riproduzione di un presidente reale, ma emerge chiaramente che il regista ha pensato il personaggio “sull’idea del presidente della Repubblica come ultimo baluardo della responsabilità e della maturità”, guardando a figure di grande autorevolezza istituzionale come Sergio Mattarella, Giorgio Napolitano, Carlo Azeglio Ciampi e Oscar Luigi Scalfaro. Questi riferimenti non sono citazioni biografiche, ma piuttosto indicazioni di una tradizione di leader che hanno incarnato una dignità morale nei confronti dell’istituzione Republica.
Dilemmi reali: grazia e eutanasia
Il cuore drammaturgico del film si apre su due richieste di grazia di grande complessità etica che De Santis deve valutare nel suo “semestre bianco”, l’ultimo periodo di mandato in cui perde poteri di scioglimento delle Camere, ma resta custode degli ultimi atti istituzionali. Si tratta di due casi di omicidio commessi in circostanze cariche di ambivalenza morale:
La donna che ha ucciso il marito che la molestava, un gesto estremo nato da anni di violenze domestiche e che pone interrogativi sulla giustizia penale, l’autodifesa e la compassione.
L’uomo che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer, un caso ispirato a un evento realmente avvenuto e collegato alla decisione del Presidente Sergio Mattarella di concedere la grazia a un uomo in una situazione simile nel 2019, scelta che Sorrentino ha dichiarato aver acceso in lui l’interesse per questo dilemma morale.
Nel film, De Santis si trova dunque davanti non a ipotesi astratte, ma a domande concrete: può il gesto estremo di chi ha sofferto per anni essere oggetto di clemenza? E l’istituzione repubblicana ha il dovere di guardare oltre il testo della legge, fino alle pieghe più oscure della fragilità umana?
In parallelo, il Presidente deve anche decidere se firmare o meno una legge che legalizzerebbe l’eutanasia, un tema di cruciale attualità nel dibattito politico italiano, e che mette in tensione diritto, coscienza individuale e responsabilità collettiva. Anche qui il film evita risposte facili, mostrando un De Santis costretto a guardare nel profondo di sé e delle conseguenze delle sue scelte, ripetendo: “Se non firmo, mi chiameranno torturatore. Se firmo, assassino.”
Solitudine, memoria e leggerezza: i simboli della narrazione
Lungi dall’essere un mero dramma istituzionale, La Grazia è un film di solitudini: De Santis è un uomo solo — segnato dalla morte della moglie Aurora e tormentato dall’incertezza su un tradimento di molti anni prima — eppure continuamente interrogato dalla figlia Dorotea su ciò che conta davvero: i nostri giorni. È questa domanda — “Di chi sono i nostri giorni?” — che attraversa la narrazione come un motivo ricorrente e che fa del tempo il vero protagonista del film.
Accanto a De Santis c’è il suo fedele corazziere Labaro, una figura di umanità e lealtà che gli procura di nascosto le sigarette e ne accompagna i momenti più vulnerabili. L’amicizia con Labaro è un elemento tenero e significativo: un filo che tiene insieme l’ufficialità della funzione istituzionale e la fragilità quotidiana dell’essere umano. In questo contesto simbolico, l’episodio del cavallo che muore — fragilmente rievocato nel corso della storia — acquisisce una valenza potente: è metafora del dolore e dell’accettazione, della bellezza che sfugge e della grazia che si può dare solo riconoscendo la caducità della vita.
Eredità cinematografica e morale
Se Il Divo ha scandagliato il cinismo di Giulio Andreotti e Loro ha osservato il narcisismo e il grottesco di Silvio Berlusconi, La Grazia sposta l’asse tematico dalla proliferazione di eventi e idee alla sottrazione, alla ponderazione, alla meditazione sull’essenziale. In questo film, Sorrentino non cerca l’eccesso narrativo, ma la verità sottile delle debolezze umane, la tessitura di ombra e luce che attraversa le nostre scelte più difficili.
La regia, la recitazione di Toni Servillo e la fotografia di Daria D’Antonio convergono in un’opera che si sottrae al tempo del racconto per abitare quello del pensiero, un cinema che non afferma ma interroga, che non conquista ma attende, e che invita a riconoscere i nostri giorni come fragile dimora dell’esistenza, non possedibile né trasferibile, esposta al rischio della perdita e tuttavia custodita dalla possibilità della scelta, contro ogni forza che, in nome del potere o della necessità, pretenda di sottrarre all’umano la sovranità sul proprio tempo.


