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Anche in Irpinia abbiamo la nostra Pontida. E’ Montella dove si è svolta, qualche settimana fa, la prima festa della Lega alla quale hanno partecipato esponenti nazionali e regionali e più di cinquecento persone che hanno brindato non con l’ampolla delle acque del dio Po, ma con quelle, più modeste, del nostro Calore.
Non è la “rossa” Montella del passato, quella di una lunga tradizione politica e culturale di sinistra; quella descritta dalla poetessa locale Fernanda Di Benedetto. “… Ma scorre l’acqua della mia Montella/ che dell’Irpinia fu la rossa stella, / dovunque arrivi tu, porti la vita/in ricompensa dell’oscura gita/ …”. E’ Una Montella diversa, che sta abbandonando il verde delle nostre montagne per tingersi del verde padano che non è il nostro. La lega, nelle recenti elezioni europee, non ha sfondato solo a Montella, ma in tutta l’Irpinia, superando la media del 20%. Prima era completamente assente. A Cassano irpino ha preso il 60,14% eleggendo un sindaco convertitosi alla Lega anche se proveniente da partiti moderati di centro: Scelta civica di Monti e UDC. Ad Avellino ha preso il 22,1% (più del PD che ha preso il 20,42%), a Bagnoli il 26,82%, a Montella il 24,86% (PD al 20,98%), ad Andretta il 22,4%, a Bisaccia il 23,17%, ad Ariano il 23,62%, a Grottaminarda il 26,31%. Il PD, erede della Margherita e della DC, che è stato il partito egemone per più di mezzo secolo, ne è uscito umiliato. Perfino nella Nusco di De Mita (che fa ancora il sindaco) la Lega ha preso il 21, 86%. In Campania il 19,20%, più del PD che ha preso solo il 19,11%. I tempi stanno cambiando e gli esponenti politici locali vi si adeguano volentieri, anche per ragioni utilitaristiche. Alle analisi politiche e alle riflessioni socio- culturali rispondono con argomenti da bar sport sulla falsariga di Salvini che comunica con messaggi che parlano alla pancia, elementari ma efficaci. Come spiegare questo fenomeno? Solo con l’uscita di scena di grossi esponenti politici come De Mita, Bianco, Gargani, Salverino De Vito, Zecchino? Con loro si è conclusa una stagione politica di conquiste sociali e di lavori pubblici ma anche di clientelismo, talvolta illuminato, che il solo Governatore De Luca, benché ce la metta tutta, non riesce a completare la lacuna. La gente è arrabbiata e non vuole sentire ragioni: ce l’ha con tutti quelli che hanno governato prima, facendo di ogni erba un fascio e accomunandoli tutti in un giudizio negativo e definitivo; protesta e si astiene dal voto. Invoca l’uomo nuovo e forte, dimenticando facilmente le delusioni di uomini ritenuti forti e salvifici come Berlusconi e Renzi. Crede di averlo trovato in Salvini che ritiene capace di toglierla dai guai solo perché sa parlare alla pancia illudendo con promesse che, poi, sistematicamente, non può soddisfare e, per questo, ne dà la colpa ai nemici di turno: l’Europa, i migranti, da ultimo i ministri grillini Trenta e Toninelli. Non parla mai il linguaggio della verità alla conquista del consenso elettorale maggioritario per affermare il suo autoritarismo incondizionato capace superare una burocrazia inefficiente ed un parlamento che crea problemi con il rispetto formale di regole e di leggi che lui, investito dal consenso del popolo, modificherà, come già sta facendo con i decreti sicurezza, la legge sulla (il)legittima difesa, la chiusura dei porti e la discriminazione del “prima gli Italiani. E’ la rimozione della ragione e della logica, una cupio dissolvi della quale non si valutano appieno le conseguenze. I meridionali (e gli Irpini lo sono più degli altri!) sottovalutano, infine, molto superficialmente – cosa più grave in chi dice di rappresentarli- le conseguenze di una autonomia differenziata, come la vogliono fare il Veneto e la Lombardia, che spaccherebbe l’Italia in due erigendo un muro tra il Garigliano e il resto d’Italia e annullando Teano, dove si sancì l’Italia unita.

di Nino Lanzetta

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