“Triste, solitario y final” si deve sentire un po’ così Luigi Di Maio, come il personaggio del romanzo dello scrittore argentino Osvaldo Soriano dopo il risultato negativo dei Cinque Stelle alle europee. L’altra faccia del voto è quella del suo alleato di governo: Matteo Salvini. Due forze politiche diverse che ribaltano i consensi di un anno fa e che adesso dovranno trovare una nuova sintesi per ridare forza e smalto ad un esecutivo che lo sta perdendo. Il calo dei grillini è clamoroso. Stare al governo non ha pagato. Resistono al Sud ma sono ormai marginali al Nord. Sarà adesso Salvini a dettare l’agenda imponendo temi sgraditi ai Cinque Stelle a partire dall’Alta Velocità Torino-Lione. Provare ad invertire la tendenza è la nuova sfida per il Movimento che in un anno perde sei milioni di voti. Crescono solo le destre. Tre milioni di voti in più per Salvini e 300mila per Giorgia Meloni. Cinque anni fa il grande vincitore si chiamava Matteo Renzi oggi è un altro Matteo il dominus delle elezioni. La differenza sta nel fatto che l’ex segretario del PD è arrivato al quaranta per cento immaginando di parlare ad un elettorato più vasto di quello della sinistra. In una prima fase c’è riuscito poi ha perso due partite. Non ha allargato il perimetro e non ha soprattutto capito che i suoi elettori tradizionali non lo hanno più seguito perché non hanno compreso le sue riforme sul mercato del lavoro e sulla scuola. C’è stato insomma una distanza incolmabile tra Renzi e il suo popolo. La vera differenza con Salvini è questa. Il leader della Lega ha stretto un rapporto fortissimo con il suo elettorato. La questione sicurezza insieme ai temi fiscali e delle infrastrutture sono questioni condivise e la sua cavalcata dal 6 per cento di cinque anni fa al 34 di oggi si spiega principalmente con il legame costruito con una consistente fetta dell’elettorato. La Lega non è un partito solo del Nord ma una forza politica nazionale con proporzioni inimmaginabili fino a qualche anno fa nel centrosud. Il centrodestra è nettamente la prima coalizione e vince ripetutamente ogni competizione regionale. Attrezzarsi per costruire una vera alternativa è il compito del PD di Zingaretti che rivede la luce dopo il buio dell’anno scorso ma l’uscita dal tunnel è ancora lontana. Il leader del PD si può consolare con il successo in alcune importanti città come Bari, Firenze o Bergamo e sperare in un rinnovato radicamento sul territorio dei suoi amministratori che nel primo centrosinistra quello del ’93 hanno costituito la spina dorsale della coalizione. Come scrive Massimo Giannini “un polo in campo c’è senz’altro ed è quello di una destra insieme radicale e di governo che usa i serbatoi del rancore e abusa dei simboli religiosi e può giovarsi di una punta di lancia estrema (Meloni) e di una stampella azzurra moderata (Berlusconi) ma non c’è ancora l’altro polo: quello di una sinistra forte e plurale che protegge le minoranze e si cura dei deboli e che combatte le disuguaglianze. Questo polo non c’è perché il PD non sa ancora chi è e cosa vuole essere”. La ripartenza deve avvenire su basi programmatiche solide e sull’ammissione che aveva ragione Bersani che nel periodo del fulgore renziano avvertiva di guardarsi dalla “mucca in corridoio” cioè da una nuova destra allora solo embrionale e che oggi si è manifestata facendo leva sulle nuove paure. Ma le paure passano come del resto anche i leader hanno adesso una vita politica breve. Si potrebbe dire nell’epoca dei social di un tweet come dimostrano le parabole discendenti di Renzi e Di Maio.
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