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Si è ricordato di Leopoldo Elia a dieci anni dalla sua morte, l’Arel, la rivista fondata da Nino Andreatta e che ancora vede l’apporto del figlio Filippo e dell’ex premier Enrico Letta. Una testimonianza importante perché come ha scritto proprio Letta se pensiamo a Leopoldo Elia ci vengono in mente parole come istituzioni, regole, rigore, rispetto, competenza. Espressioni scomparse dal vocabolario di questa politica dove tutto si è ridotto a scontro e propaganda elettorale. Prendiamo ad esempio la manovra economica bocciata dall’Europa. Si ha quasi l’impressione che Cinque Stelle e Lega se la siano augurata per giocarla in campagna elettorale. Le europee però sono lontane e il giudizio dei mercati peserà molto di più rispetto a quello di Bruxelles. Un botta e risposta che vede le opposizioni aggirarsi in un angolo alla ricerca non di una alternativa ma di un riposizionamento. Un ragionamento che vale per Forza Italia che continua ad inseguire il rapporto con Salvini e vale per il PD alle prese più con i problemi interni in vista del congresso se mai si farà, che a quelli del paese. Insomma manca quella che aveva proprio Leopoldo Elia, la passione politica autentica. Dopo il 1990 con la caduta del muro di Berlino e con la crisi della rappresentanza che si intravedeva Elia scrive che: la nostalgia della politica può aiutare a trovare una strada e ad elaborare una proposta, perché alla nostalgia della politica non possiamo permetterci di dare risposte semplificate pena l’eutanasia della politica. Una riflessione ricca di estrema attualità. Elia è stato un uomo delle istituzioni (Presidente della Corte Costituzionale), uomo di partito (prima nella DC e poi nei Popolari) e uomo di corrente nella sinistra democristiana.  Con De Mita alla segreteria della DC nel 1987 Elia viene eletto senatore. Dunque entra in Parlamento quando il vecchio mondo della prima Repubblica mostra i suoi scricchiolii che diventeranno evidenti cinque anni dopo con l’esplosione di Tangentopoli e la fine dei partiti ideologici. E in questa fase di passaggio che Elia vede con lungimiranza i limiti di un partito come la DC in cui è forte la tentazione di non cambiare e di continuare ad esaurirsi nella gestione che diventa più intensa quando invita alla perpetuazione delle quote di potere. Nel nuovo scenario insomma, prevede con lungimiranza Elia, non c’è più la divisione destra-sinistra e di fronte alla crisi delle ideologie e della militanza c’è bisogno di una nuova legittimazione. Un’analisi lucida che non trova sponde  e seguito.  Oggi le ragioni della politica come anche i suoi torti  sono imprigionate nella faziosità o nella imparzialità eccessiva che ci perseguita quotidianamente. E allora è difficile immaginare che la politica sia altrove e che, prima o poi, bisognerà tornarci come diceva Mino Martinazzoli, un amico di Leopoldo Elia. Adesso si insegue la società senza guidarla mentre invece realtà sempre più complesse come la nostra non vanno interpretate ma governate non rincorrendo le mode del momento. Se lo fa si fa si riduce la complessità a suono verbale. Si sono perse le radici che affondano nella nostra millenaria cultura e nei territori che restano l’unico antidoto alla perdita delle ideologie. Le qualità della politica si possono anche delineare nello spazio breve di un tweet  purché oltre alle parole ci siano i contenuti. L’affannarsi a dichiarare prima degli altri e su tutti gli argomenti rischia di far perdere credibilità. La lentezza della prima Repubblica, l’arte dialettica come quella di Elia è un ricordo del passato perché i tempi ci dicono che la velocità dei social va assecondata. L’eclisse della politica si consuma però quando si smette di puntare sui contenuti e subentra l’autoreferenzialità.

di Andrea Covotta edito dal Quotidiano del Sud

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