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Legge finanziaria e Sud penalizzato

Cifre vere o cifre annacquate? Il dilemma si ripropone scorrendo alcune pagine del Decreto di finanza pubblica (Dpef) recentemente licenziato dal governo Meloni. Viene da dire, prendendo in prestito un antico proverbio, “non è tutto oro quello che luccica”.

Nel nostro caso è proprio così. Il punto politico è: i fondi spesi per lo sviluppo del Mezzogiorno che riguardano le infrastrutture sono da intendersi come risorse messe in campo dall’intervento statale ordinario o sono quelli emergenziali legati al Pnrr? E, se si ragiona su questo secondo caso, quali sono gli ostacoli per cui il Mezzogiorno è penalizzato?

Alcuni dati in sintesi. Il 6 febbraio scorso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, attraverso i propri canali istituzionali, ha pubblicato gli elenchi dei beneficiari delle risorse del Pnrr destinate alle politiche attive del lavoro e della formazione, nell’ambito del Programma nazionale per la Garanzia Occupabilità dei lavoratori (Gol). Ancora una volta, il Mezzogiorno ne esce penalizzato. Stiamo parlando di una maxi dotazione di circa 2,3 miliardi, che rappresenta il perno delle iniziative volte a contrastare la disoccupazione. È venuto meno quindi un impegno sostanziale per le aree marginali del Paese. Invece, analizzando i dati, è possibile affermare l’ennesimo schiaffo che il Governo ha deciso di infliggere ai cittadini meridionali.

In realtà, secondo calcoli approfonditi, nella modalità di redistribuzione della dotazione destinata all’intervento nell’ambito del Programma nazionale per la Garanzia Occupabilità dei lavoratori si coglie il dato che per le regioni del Sud sono andati appena 714,4 milioni a fronte dei 2,3 miliardi stanziati per tutti gli italiani, ovvero il 32% degli stanziamenti complessivi. Dove è finita la legge che destinava il 40% delle risorse finanziate al Mezzogiorno? Ieri come oggi, ancora una volta, una speranza disattesa.

E quanto al Pnrr, è tutta responsabilità delle istituzioni? Non certamente. Nel Mezzogiorno l’applicazione del Pnrr ha incontrato non pochi ostacoli: per la debolezza dei Comuni nel progettare le opere, per l’assenza di fondi per l’occupazione finalizzata all’assunzione di figure tecnico-professionali, per la solita disattenzione della classe dirigente meridionale, abituata a giudicare senza esprimere un minimo di impegno sul da fare.

Oltre a ciò, si sono dovuti affrontare impegni procedurali dovuti a imprevisti emersi in fase esecutiva, anche connessi a risoluzioni o rescissioni contrattuali. Non mancano poi contenziosi insorti nelle procedure. La Relazione al Parlamento cita anche situazioni limite, come la presenza di “occupazioni abusive delle aree interessate dagli interventi, che richiedono l’attivazione di procedimenti di sgombero forzoso prima dell’avvio dei lavori”.

Si capisce, così, perché lo scorso anno si sia resa necessaria una nuova imponente revisione che ha riguardato ben 173 misure, compresi ridimensionamenti. Infatti, la posizione della distribuzione delle risorse è falsata dal fatto che ben 7,6 miliardi sono stati dirottati in fondi gestiti da soggetti attuatori terzi. Per rimediare ai ritardi del piano per la banda ultralarga, per esempio, con l’ultima revisione del Piano oltre 900 milioni di euro sono stati spostati in un nuovo “Fondo Nazionale Connettività”, gestito da Invitalia, che dovrà “garantire mediante nuove procedure a evidenza pubblica la piena copertura dei civici nelle aree del Piano Italia a 1 Giga”. E altri 3,2 miliardi sono finiti in uno strumento per competitività e resilienza delle catene di approvvigionamento strategiche, sempre sotto il controllo di Invitalia.

Come deve rispondere il Sud? Intanto attrezzandosi a revisionare la legge leghista sull’autonomia differenziata, che oggi propone una forte diseguaglianza. Poi effettuando un controllo democratico della classe dirigente nel seguire il percorso delle risorse.

E infine, ma non ultimo, definendo la linea che divide sviluppo e assistenzialismo.

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