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L’Europa è vicina il Sud è lontano

Chiamo un sindaco del Sud, poi due, poi tre e altri ancora. Faccio loro la stessa domanda: “Come siete messi con i progetti per ottenere i fondi del Pnrr?”. Resto basito. Tutti, o quasi, mi danno la stessa risposta: “C’è poco da fare. Non abbiamo personale, uffici tecnici inadeguati, le procedure da seguire sono difficili”. Poi qualcuno aggiunge: “Abbiamo le briglie, manca il cavallo”. Qualche altro dice: “Ci sono studi tecnici e consulenti che si propongono e pretendono danaro per fare progetti. Spesso senza logica, con propositi campanilistici, senza alcuna garanzia del risultato”. Mi chiedo: è proprio questa la grande sfida che si immagina dopo che l’Europa ha deciso di dare una mano per sviluppare anche il Mezzogiorno d’Italia? A sentire loro, i ministri in particolare, Carfagna (Sud) e Giovannini (Infrastrutture), le cose andrebbero meglio delle previsioni. Sulla carta e leggendo solo le cifre ripartite per strade e ferrovie. Gli investimenti per il Sud, infatti, si aggirano per questa missione intorno ai 39 miliardi, cifra che rappresenta il 56 per cento dell’intero ammontare previsto dal Pnrr. Considerato che tale impegno infrastrutturale si pone l’obiettivo di ridurre le distanze tra Nord e Sud, si comprende quanto importante sia il risultato da raggiungere. Tutto bene, quindi? A dire il vero non proprio tutto.

Ciò di cui non si tiene conto sono, a mio avviso, almeno due fattori che interferiscono nei risultati finali e dei quali gli stessi ministri del governo Draghi poco parlano. Sono: la bonifica del territorio meridionale, con la lotta senza quartiere alla criminalità organizzata, e il cambio di passo della classe dirigente del Sud che rimane ancorata molto spesso al clientelismo affaristico e al trasformismo di convenienza. Si tratta, in sostanza, di quella questione morale mai risolta. Nel caso della bonifica territoriale dalla malapianta criminale non passa giorno che non ci si trova di fronte a quell’impenetrabile muro del sistema malavitoso che, con metodi scientifici e capacità di snellimento della burocrazia, tenta di mettere le mani sui fondi europei. La casistica di questo tipo di malaffare riempie gli scaffali dei palazzi di Giustizia. In realtà, a differenza dei sindaci, le cui difficoltà sono nella narrazione degli amministratori intervistati , le associazioni criminali dispongono di accumulo di risorse rilevanti per poter utilizzare il meglio degli studi tecnici e dei laboratori progettuali. Dispongono, inoltre, del meglio delle tecnologie più avanzate. Il confronto, quindi, tra le due condizioni, quella dei sindaci e quella della criminalità, è assolutamente improponibile.

Alla necessità di bonificare il territorio si accompagna l’urgenza della questione morale interna alla classe dirigente meridionale. In realtà chi rappresenta il Mezzogiorno nei centri decisionali (eletti e delegati a vario titolo) osserva un particolare codice: è giacobino con il potere centrale, mentre rimane forcaiolo nei territori da cui ricava il consenso. Questa ambiguità di fondo tarpa le ali a una grande battaglia meridionalista di assoluta qualità morale. Concludo con una considerazione che fa riferimento al diverso approccio tra il Piano Marshall del dopoguerra e l’attuale Recovery fund. Nel primo caso, nel Sud, insieme agli effetti prodotti dalla Cassa per il Mezzogiorno, c’era grande chiarezza e una volontà popolare desiderosa di rinascere. Attenta a non deludere le aspettative. Oggi, invece, manca quel sentimento di allora e, ancora peggio, si avverte uno stato confusionale che rende tutto più difficile.

di Gianni Festa

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