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L’iconografia della Passione nelle arti minori, Nicodemi protagonista di Avellino letteraria

Raccontare l’iconografia della Passione nelle arti minori, dalle sculture in legno a quelle in terracotta. E’ l’idea da cui nasce il volume di Giovanna Nicodemi “Eloì Eloì Lemà Sabactàni?”, editrice Aracne. Sarà presentato il 29 aprile, alle 18, a Villa Amendola, nell’ambito della rassegna “Avellino letteraria”. A introdurre l’incontro il direttore artistico Annamaria Picillo. A confrontarsi con l’autrice la giornalista Marika Borrelli e il sindaco di Mercogliano Vittorio D’Alessio. Coordina la giornalista Daniela Apuzza. L’intermezzo musicale sarà a cura del Trio Lov Family. A esporre le sue opere l’artista Roberto Sgrosso.

E’ Nicodemi a spiegare come “L’idea nasce all’indomani della presentazione nella Biblioteca Provinciale del mio studio sul ‘Seggio ligneo dell’Abbazia di Montevergine’, impreziosito dalla prefazione del professore Francesco Carlo Gandolfo. Uno studio al quale ho affiancato quello sul Deposto ligneo di Montevergine, attraverso un’attenta ricerca tra archivi e biblioteche. Ho cominciato così a interrogarmi sulle diverse tipologie di rappresentazione legate alla Passione che ho suddiviso in cinque sezioni, la discesa dalla Croce, il pianto sul Cristo morto, il dolore intimo tra Madre e Figlio, il trasporto del Cristo al sepolcro e la deposizione del Cristo.  Ho cercato, al di là dei Vangeli canonici, l’origine di queste rappresentazioni, attraverso un lavoro di ricerca teologico e devozionale, durato dodici anni,  che mi ha consentito di esplorare l’iconografia nelle cosiddette arti minori, legate alla lavorazione di legno e terracotta, a partire dalle opere più importanti. A ritardare l’uscita del libro il Covid, la pubblicazione era pronta ma l’emergenza aveva fermato anche il mercato editoriale. Ricordo che0 avevo il libro legato all’iconografia della Passione davanti a me e guardavo le immagini del Papa nella sua solitaria Via Crucis in piazza San Pietro”.

Tanti i dati emersi da questa ricerca “L’ultimo capitolo della ricerca è dedicato al deposto di Montevergine. L’ipotesi che cerco di dimostrare attraverso numerose prove è che il Deposto non è in realtà un deposto. Mi soffermo anche su numerose opere inedite, come un bellissimo crocifisso custodito nella chiesa dell’Ippolisto di Atripalda, i quattro crocifissi di Teggiano, conservati nel Museo della cattedrale, che racchiudono sia il legno che la terracotta.  O ancora la Deposizione in alabastro, un unicum conservato a Capodimonte. Di ciascun opera ricostruisco attentamente la storia. Fino al Crocifisso della chiesa di Santa Maria Maggiore di Mirabella. In molti casi si tratta di opere inedite o sconosciute ai più”.

Sottolinea come “ho cercato di comprendere anche da cosa derivi l’immagine della Pietà. E’ collegata alle sculture in terracotta o legno, nate nei monasteri femminili di area renana del XII secoli, giunte in Italia nell’area appenninico-adriatico, i cosiddetti Vesperbild. Sulla copertina del volume campeggia l’immagine di un Cristo in legno custodito in Belgio, prototipo gemello del nostro Deposto”. Quanto all’arte della scultura “Legno e terracotta sono materiali poveri e  consentono grande plasticità, nel segno dell’arte del levare e intensità espressiva. Entrambi offrono testimonianze storiche di forte valenza”

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