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L’immigrazione non è solo il problema del nostro presente ma è soprattutto il problema del nostro futuro. Le vicende non solo di questi ultimi giorni ma di questi ultimi mesi testimoniano la gravità della situazione. Il Mar Mediterraneo è il teatro dove si svolge una tragedia ormai quotidiana. Le polemiche che hanno coinvolto le ONG, cioè le organizzazioni non lavorative che soccorrono i migranti, sono solo l’ultimo capitolo di una storia che intreccia umanità, solidarietà ma anche business. La premessa è che nessuno deve morire in mare. Ed è per questa nobile ragione che le ONG navigano nel Mediterraneo con l’obiettivo di soccorrere migranti e rifugiati che tentano di raggiungere l’Italia partendo dalla Libia. Chi fugge da paesi devastati da guerre e miseria lo fa con grande determinazione e nulla e nessuno può scoraggiare queste fughe, neanche la prospettiva di poter morire in mare. La soluzione ideale è quella di assicurare condizioni di vita e libertà migliori nei paesi d’origine. E’ l’unica ricetta che potrebbe contenere la spinta migratoria. Insomma agire direttamente in Africa con progetti e aiuti mirati nei territori di partenza dei migranti. Una operazione che però richiede tempo, pianificazione e volontà politica. Migranti e rifugiati che cercano riparo dalla guerra non hanno tempo, non possono aspettare, hanno solo voglia di scappare. E allora si torna al punto di partenza. C’è bisogno di una maggiore unità e solidarietà per affrontare un tema complesso che non può essere affrontato a colpi di slogan. E qui veniamo al ruolo che sta giocando l’Italia. Il nostro paese è da sempre in prima linea nella gestione del fenomeno migratorio. Oggi è in difficoltà e sta chiedendo, giustamente, aiuto all’Europa. Una vicenda così drammatica ha infatti ridato un ruolo al nostro paese che è ridiventato centrale nello scacchiere continentale. Una centralità perduta dopo la fine della guerra fredda. Possiamo dunque riacquistare forza e credito ma le condizioni sono assai diverse rispetto al passato. Dopo la guerra era sufficiente la nostra posizione geopolitica e il rapporto con una potenza come gli Stati Uniti era considerata positivamente dalla gran parte dell’opinione pubblica. Oggi c’è un prezzo da pagare ed è più alto. La crisi economica spinge una fetta della popolazione a vedere nei migranti un pericolo e non c’è grande integrazione. Come spiega il professor Alessandro Orsini “se l’integrazione va male cresce l’Isis se va bene crea i ghetti. Insomma si tratta di un problema di psicologia sociale. Gli italiani hanno infatti l’impressione di essere abbandonati dall’Europa nel soccorso dei migranti perché sono privi di importanza. In tal modo, l’opinione pubblica non si predispone ad affrontare grandi sfide strategiche. I media diffondono una sorta di fatalismo politico basato sulla convinzione che tutta venga deciso dalla Merkel. Gli italiani non investono tempo e denaro per riflettere sulle strategie migliori per risollevare il loro destino politico”. La sfida da vincere è dunque innanzitutto quella di creare un terreno di cultura condiviso tra chi ci governa e l’opinione pubblica e i partiti dovrebbero muoversi avendo una consapevolezza comune facendo fronte unico per mettere con le spalle al muro Bruxelles. Lo ha capito la Chiesa. Non sono casuali le parole di Papa Francesco sulla solidarietà rivolte ai leader mondiali del G20. E Monsignor Vincenzo Paglia qualche giorno fa detto che bisogna inventare nuove soluzioni sostenendo che in​ tempi in cui Trump urla “America first” noi dobbiamo ritrovare la nostra antica solidarietà, l’Europa faccia come Enea che fuggì da Troia con il vecchio padre Anchise sulle spalle. Una doppia simbologia, Enea come i profughi di oggi e la lezione che non bisogna lasciare nessuna persona e nessuna nazione da sola.

Di Covotta Andrea

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