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Morelli: il cervello ci dice che senza l’altro non siamo nessuno ma la società che abbiamo costruito è sempre più individualista

Il confronto allo Spazio Arena sullo studio scritto insieme a Vittorio Gallese. Lo scienziato: dalla consapevolezza che l’uomo è un animale relazionale deriva una forte responsabilità sociale e politica. Basta con la mitizzazione delle radici e dell’identità

“Senza l’altro, che è diverso da noi, non siamo nessuno. Le ultime ricerche sul cervello, legate ai neuroni a specchio, hanno dimostrato che l’uomo è un animale relazionale, che la soggettività si definisce nelle relazioni, eppure viviamo in un’epoca dominata dall’individualismo e continuiamo a creare una società che esclude l’altro”. A sottolinearlo lo scienziato cognitivo Ugo Morelli nel presentare nello Spazio Arena il volume “Cosa significa essere umani” scritto insieme al neuroscienziato Vittorio Gallese. A dialogare con lui il giornalista Generoso Picone.  “Le scoperte recenti hanno prodotto una vera rivoluzione copernicana, hanno messo in discussione la lunga tradizione che ha messo al centro il soggetto. E’ la scienza a dirci che al centro c’è la relazione. Eppure continuiamo a ignorare questo dato, essere umani – prosegue Morelli – significa essere animali relazionali ma facciamo fatica a costruire una medicina umanistica, con i processi di cura che, spesso, continuano ad essere disumani e mettono da parte la qualità della relazione nella cura. Anche nell’educazione, la componente relazionale continua a non essere al centro del rapporto tra studenti e docenti. Abbiamo un ministro dell’educazione pessimo che incoraggia l’uso dell’umiliazione come strategia educativa, con i docenti che hanno a volte paura di entrare in aula”.

Ribadisce come “parlare di mente significa parlare di una mente situata in un contesto e incarnata, legata a un corpo, che incorpora lo spazio in cui vive, che si definisce nelle relazioni ed è in divenire. Non portiamo con noi nessuna identità, quello che siamo lo diventiamo. Da questa prospettiva della ricerca deriva una forte responsabilità individuale civile, politica e culturale, non esiste un determinismo di carattere genetico. Poichè se siamo aninali relazionali, come facciamo a voltarci dall’altra parte, a trasformare il Mediterraneo in un cimitero?”. E sul rapporto con il digitale “Siamo divisi tra catastrofisti e chi inneggia alle tecnologie. Dobbiamo capire che il digitale, è il nuovo mondo in cui viviamo e da cui non usciremo, si tratta, dunque, di sviluppare una migliore qualità relazionale nei confronti delle nuove tecnologie, aiutando le nuove generazioni ad avvalersi di questi strumenti invece di negarli e basta. E’ chiaro che i pericoli legati al digitale sono tanti, con il soggetto che rischia di essere ridotto a sistema e il sistema di trasformarsi in un formicaio. Il risultato sarebbe l’incapacità da parte del soggetto di dissentire ed esercitare il dubbio, che è quello che distingue l’uomo dall’intelligenza artificiale. Mentre il digitale fa sì che qualcun altro faccia scelte al posto mio”.

Chiarisce come si faccia un uso sbagliato della parola radici “E’ una parola che non ha senso, noi siamo una specie nomade. Non mi convince chi parla di un nuovo umanesimo perchè significa porre ancora una volta l’uomo al centro, mentre dobbiamo diventare terrestri, consapevoli che siamo parte di un tutto, che dipendiamo dal sistema vivente, senza aria, senz’acqua non potremmo vivere. Dalle altre specie e da ciò che ci circonda triamo la nostra esistenza. Questa consapevolezza ci spinge a rovesciare la prospettiva e mettere da parte i campanilismi, a non guardare il mondo dal nostro punto di vista come troppo spesso fa la politica. Siamo chiamati a metterci in posizione planetaria, convinti he tutto ciò che accade nel mondo ci riguarda. Guardare i luoghi dal mondo è l’unica possibilità che abbiamo. Dobbiamo, però, fare i conti con una ferita narcisistica che ci spinge a pensare che tutto ciò che ci circonda è stato fatto per noi e che potremo usare le risorse all’infinito, negando l’esistenza di un problema ecologico. Continuiamo a lavare l’auto con l’acqua potabile ma le generazioni che ci succederanno penseranno davvero che eravamo pazzi e dovranno fare i conti con la scarsità dell’acqua”.

Sottolinea come “per placare l’angoscia della morte continuiamo a mantenere vivi miti prometeici legati alla crescita ma è una prospettiva pericolosa. Dovremmo smetterla con questi miti che leggono il mondo in termini di sviluppo. E’ chiaro che il problema ecologico è strettamente legato alle disuguaglianze, di questo passo finiamo per contemplare la cenere e non mantenere acceso il fuoco”. Ribadisce il ruolo primario della famiglia nell’educazione alle relazioni, “Manca un giusto esercizio dell’autorità che aiuti nella crescita emozionale, nel rapporto con la tecnologia e l’ambiente. Non possiamo delegare tutte le responsabilità alle istituzioni”. Spiega come la soluzione non può arrivare dai piccoli comuni “Mi sembra che le piccole realtà siano ridotte a periferie, non mi convince l’idea della comunità come contraddistinta da una solidarietà organica, è decadentismo puro, mi sembra un modo per far morire il mondo, mentre c’è bisogno di un progetto che valorizzi le  distinzioni ma non ne faccia una narrazione romantica di qualcosa che non c’è” . Ricorda come la memoria” è un mio modo di parlare di un evento ma non è l’evento, si collega alle nostre capacità narrative, è un modo per conoscere il mondo e inventarselo ogni volta. Ma non è inganno, è fare ‘come se’. Al tempo stesso, determina la nascita della politica, significa immaginare ciò che non c’è per ottenere risultati migliori, è capacità poetica che vuol dire agire per fare”. Pone l’accento sul valore dell’estetica nelle nostre vite “E’ la capacità di sentire altri e il mondo per sentire sè stessi, una sintonia tra il mio mondo interno e il modo esteriore. La bellezza e dunque l’arte estendono le mie capacità interiori e ci rendono migliori”. Per ribadire che l’umano “è proprio questo “essere sulla soglia di sè stessi, essere capaci di divenire, di elaborare una mancanza, di immaginare ciò che non c’è ancora”.

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