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Nel segno della Post-verità, si chiude il Borgo dei filosofi

Di Vincenzo Fiore
Che cos’è la verità? Questa è stata la domanda fondamentale della filosofia a partire da Platone, sino ad arrivare ai giorni nostri. Oggi, tuttavia, quello che si proponeva come l’interrogativo par excellance dell’intera storia delle idee, ormai sembra essere stato sostituito da un’altra domanda capitale, tanto inquietante quanto esemplificativa di un’epoca di decadenza come la nostra: che cos’è la post-verità? Non caso, lo scorso anno, la scelta della parola del momento da parte del prestigioso Oxford Dictionary, è ricaduta proprio sul termine composto: ‘post-truth’, appunto, in italiano ‘post-verità’. Espressione iper-soggettivistica che descrive l’atteggiamento di chi non è più interessato a sapere cosa sia vero o falso, ma semplicemente fa in modo che il concetto di verità venga applicato a luoghi e a situazioni, al di là di ogni argomentazione razionale, a seconda dei propri fini e dei propri interessi momentanei. Con una lectio magistralis dal titolo “Postverità e altri enigmi”, in occasione della chiusura de “Il Borgo dei filosofi”, il Prof.re Maurizio Ferraris (Ordinario di Teoretica presso l’Università degli studi di Torino), questa mattina presso la “Sala blu” del Carcere Borbonico, ha spiegato a una platea di giovani e curiosi le insidie e le conseguenze derivanti dalla post-truth. Ferraris, partendo da un esempio preso dalla politica contemporanea, luogo fertile per la diffusione di post-verità, ha parlato del caso di Donald Trump. Quando allo staff del neo-Presidente degli Stati Uniti d’America fu fatto notare che nel discorso di chiusura di campagna elettorale Trump aveva pronunciato almeno nove menzogne clamorose, i suoi dipendenti non si preoccuparono di smentirle – come si sarebbe fatto fino a pochi anni fa – ma risposero che “seppur false, quelle cose funzionavano”. Con questa frase, apparentemente banale, è possibile riassumere esaustivamente il concetto di post-verità: non importa cosa è vero, importa ciò che funziona mediaticamente. Ferraris, con un velo d’ironia, ha ricordato anche il caso unico nella storia avvenuto nel Parlamento italiano: quando dei senatori e dei deputati della Repubblica furono costretti a votare che Ruby fosse la vera nipote di Mubarak. Quest’ultimo evento, oltre ad essere un caso emblematico che ha anticipato la post-verità, è anche espressione del post-modernismo, termine coniato dal filosofo francese Jean-François Lyotard. Il pensatore francese notava come gruppi diversi di persone utilizzano lo stesso linguaggio per indicare delle realtà molto diverse e soggettive. Lo stesso termine postmodernismo si rifà a diverse situazioni e a diversi significati, aggrappandosi alla distruzione economica in atto del un turbo-capitalismo finanziario, a una società decadente al tramonto della civiltà, e a un mondo invaso dalle pubblicità e dai media: «…internet è quanto di più postmoderno esista su questo pianeta. Il suo effetto più immediato in Occidente pare essere stato la nascita di una generazione che è maggiormente interessata ai social network che alla rivoluzione sociale (E. Docx)». Nel pomeriggio, invece, Danielle Cohen Levinas, filosofa e musicologa dell’Università Sorbona di Parigi, ha discusso sul tema: “Elogio dell’umanità dell’Uomo, a fronte del rischio del populismo”. Levinas, spiegando i meccanismi che portano alla distruzione della prassi democratica, ha allertato il pubblico, con una prospettiva filosofica, dei rischi di un eventuale trionfo dei movimenti definiti “populisti” in Europa e nel mondo.

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