Giovedì, 10 Settembre 2026
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Le proteste dei no pass e dei no vax ci sono state, i posti di blocco allestiti agli ingressi dei porti di Trieste e Genova hanno richiamato l’attenzione dei media soprattutto televisivi ma non hanno impedito di presentarsi al lavoro alla grande maggioranza dei dipendenti in regola con le precauzioni richieste dal governo e confermate ancora giovedì dal presidente Draghi ai dirigenti sindacali e ai partiti anche di maggioranza che ne richiedevano l’attenuazione. Insomma, nonostante le minacce urlate a gran voce alla vigilia, l’Italia non si è fermata: lo scontro (eventuale) è rinviato ad oggi, quando a Roma piazza San Giovanni sarà il palcoscenico della solidarietà della sinistra sindacale e politica alla Cgil aggredita sabato scorso da squadracce fasciste anche grazie alla colpevole negligenza degli apparati di sicurezza e dei responsabili politici dell’ordine pubblico. Questa volta, però, e sperabile che tutti stiano con gli occhi bene aperti, mentre l’arresto dei più facinorosi ha decapitato per il momento l’idra della rivolta.

Ciò non vuol dire però che sia del tutto cessato il pericolo per le istituzioni e in qualche modo anche per la tenuta democratica del Paese, che resta soggetta a rischio anche perché non è cessato l’allarme pandemia e settori sensibili della società come la scuola, i trasporti e lo stesso mondo del lavoro pubblico e privato affrontano una ripresa ancora carica di incognite. Nelle ultime settimane il clima di pacificazione nazionale che aveva salutato a febbraio la nascita del governo Draghi e ne aveva accompagnato i primi passi fino all’estate, si è vistosamente incrinato: la protesta sociale contro il green pass, minoritaria ma agguerrita, ha trovato agganci politici non solo nell’opposizione di Fratelli d’Italia ma anche in equivoci atteggiamenti di partiti o settori politici della maggioranza (nella Lega ma anche fra i Cinque Stelle); lo stesso sindacato ha mostrato qualche segno di cedimento alle pretese delle ali più estremiste della piazza. Fra domani e lunedì l’esito dei ballottaggi a Roma e Torino contribuirà a disegnare i contorni della nuova geografia politica del Paese, che però non sarà ancora definitiva. In particolare, se i probabili vincitori della partita – Pd e Cinque Stelle – si lasciassero sopraffare dall’euforia di una vittoria incerta fino a ieri, commetterebbero un errore fatale: per costruire il “campo largo” dei progressisti auspicato da Enrico Letta non basta la conquista di cinque grandi città: occorre una strategia complessiva che è ancora da elaborare e consolidare, occorrono alleanze stabili, occorrerebbe forse anche una legge elettorale che misuri la forza dei singoli partiti e favorisca le coalizioni. Occorre infine, e non è cosa da poco, offrire al Parlamento l’occasione di eleggere a febbraio un Presidente della Repubblica che, raccogliendo l’eredità di Mattarella, sappia garantire una guida ferma e stabile alla politica che è ancora soggetta a forti tensioni. Proprio il Capo dello Stato, rassicurando nei giorni scorsi a Berlino il suo omologo tedesco preoccupato per i disordini in Italia, aveva in qualche modo ridimensionato la portata degli eventi e quindi anche l’allarme e i timori delle cancellerie per un riflesso imitativo o emulativo; ma non tutti in Italia hanno accolto l’invito implicito ad abbassare i toni: a fine mese, con i Grandi della Terra riuniti a Roma per il G20 a guida italiana, la capitale sarà di nuovo nel mirino. Occhi aperti e nervi saldi.

di Guido Bossa

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