Martedì, 15 Settembre 2026
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“Né cangia stile” con il passare dei giorni e delle settimane, la campagna elettorale. Infatti appare sempre più probabile, se non certa,  la  vittoria della destra il 25 settembre. E non è senza significato che, di  quel  50%   per difetto di connazionali che sta per votarla, la metà traccerà  il segno di  croce su Fratelli d’Italia.  Il merito – va riconosciuto –  è tutto della sua presidente  Giorgia Meloni. Un merito che mi pare, essenzialmente, consista nell’aver costruito un partito democratico quanto basta a non essere tacciato di conati dittatoriali  e  nostalgico  quanto è necessario per non scordare “i colli  fatali di Roma” del Ventennio. Il suo programma è  preciso e semplice, radicale nei toni, cosa utile in un tempo di tregenda socio-economica, ambientale ed epidemiologica. Si può riassumere così: no agli immigrati, sì agli interessi nazionali, quelli di un Italia europeista e atlantista, populista a chiacchiere ma che nei fatti  si consegna mani e piedi al capitale  anche della peggiore risma per rilanciare l’economia. A ciò va aggiunto il ristabilimento dell’autorità dello Stato,  anzitutto capace di un’azione forte per un’etica pubblica basata sui valori della famiglia tradizionale, contro ogni forma di devianza e di diversità. Profittando anche del fatto che essa viene talvolta esaltata come forma quasi privilegiata di sessualità, invece che rientrante nella  normalità.

C’è da dire pure che la Meloni appare seria e credibile: proviene dal sottoproletariato fascista delle più povere borgate romane, si è fatta da sola e non ha nulla a che vedere con il pedigree delle pin-up di stampo berlusconiano. Grandi idee, non ne ha. Ma  agli  “spaghettanti dello spirito”, che sono tanti italiani, secondo la definizione di Thomas Mann, riesce a somigliare persino a Margareth Thatcher. E comunque appare “tosta”.  L’altra metà degli elettori della destra è di provenienza quasi tutta forzista e leghista.  In realtà, si tratta di gente che la pensa esattamente (o quasi) come Giorgia Meloni e i suoi sodali, ma con ipocrisia democristiana fa finta di non identificarsi con lei .Ricorda un po’ la “Putain respecteuse” di un amaro  dramma di Sartre.

         Naturalmente, tanto successo non sarebbe possibile se la Sinistra non si trovasse ancora alle prese con il tentativo di risollevarsi dalle macerie dell’”Utopia caduta” tra il 1989  il 1991. Enrico Letta, segretario del Partito Democratico, con un bel manifesto, ricorda che il 25 settembre si tratta di dire “No” ad Almirante e “Sì” a Berlinguer. E’ giusto ricordarlo, ma non è sufficiente a scaldare  i cuori e far votare PD, tranne in pochi casi. Inoltre, il fascismo, gli italiani ce l’hanno nell’inconscio, da cui Mussolini, come lui stesso disse, lo trasse. Con le note, tragiche conseguenze, oggi scordate dai più.

Ma la ragione profonda e decisiva che spinge gli italiani verso l’estrema destra, a me pare s’identifichi con quella che il filosofo e sociologo  Zygmund Barman chiama “paura liquida”. In una società come la nostra le cui tradizionali strutture (famiglia, chiesa, scuola, partiti ecc.) si sono disgregati, quasi “liquefatti”, immigrati, criminalità incertezza del domani in primo luogo provocano una grande paura. La paura cerca rifugio istintivamente in chi dà l’idea di avere la forza per vincerne le cause. Ovvero spingono verso l’uomo, pardon nel nostro caso, la donna forte, simbolo di un neo-matriarcato reazionario.

E la Sinistra? “Quièn sabe” dicono in Spagna.

di Luigi Anzalone

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