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di Mino Mastromarino

Teatro e realtà di fine estate. Finzione e natura vertiginosa. Ossia Pirandello e Dioniso a Montemarano. Non c’entrano niente i resort e profumi del pur incipiente autunno, l’ospitalità interessata e le buone pratiche di enoturismo ( qualunque cosa voglia dire questa insulsa parola ), il vino da abbinare (ovviamente) al cibo. Siamo saturi delle litanìe fin troppo stagionate che scoraggiano ogni forma di eno-curiosità: “Nel mondo del vino l’ospitalità ha fatto un salto di qualità.

E lo ha fatto in cucina. I ristoranti all’interno delle aziende vitivinicole non sono più un dettaglio accessorio o un vezzo da weekend, ma il centro di una narrazione più ambiziosa: quella di un territorio che si racconta non solo nel calice, ma anche nel piatto. Con buona pace di chi pensava che bastasse una cantina scenografica per fare enoturismo”. Il vero coniugio è tra vino e cultura. I padroni di casa – Giovanni Molettieri e Angela Raimo – l’hanno pensata bene. Lo hanno fatto in nome della Restanza. Prima la celebre commedia pirandelliana ‘il berretto a sonagli’, poi qualche bicchiere di aglianico ( meglio, molti ). La scenografia dei due momenti è il territorio. Contrada Cortecorbo, uno dei tanti luoghi ameni di Montemarano – Media Valle del Calore.

Il locus amoenus è lo spazio, non solo fisico, dell’idillio e della ferocia come il mito ovidiano del ratto di Proserpina avvenuto sulla piana di Enna. A dispetto delle parole, la scena del luogo ameno è coperta dal velo dell’illusione. Grazie alla bravura rappresentativa del Laboratorio Artistico Teatro Insieme di Monteforte Irpino e del regista Michele di Capua, ieri sera, in un consueto e pur spettacolare crepuscolo estivo, si è consumato – a beneficio di un pubblico numeroso ed estasiato – il dramma dell’apparenza, della reputazione sociale, delle illusioni perdute. Di come sia difficile infrangere le convenzioni e le ipocrisie collettive. Per dire la verità bisogna essere o fingersi pazzi , fa dire Pirandello ai suoi interpreti. Ovvero – in vino veritas – recuperarla nella profondità del vino, pagando il dolce prezzo dell’ebbrezza.

A chi ? Ma a Dioniso, naturalmente. Il dio della gioia e dell’amarezza, del divenire, della metamorfosi, della contraddizione ciclica vita/morte. Insomma, della tragedia. E folle è stata appunto l’iniziativa di Giovanni e Angela di imporre nella terra del vino e della Tarantella i dubbi pirandelliani. Magari è l’inizio dell’era della enoconoscenza.

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