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Non è la prima scissione all’interno della sinistra e non sarà l’ultima. Matteo Renzi ha lasciato il PD in questi giorni ma in realtà la sua decisione nasce da lontano. Non si è mai riconosciuto nell’attuale gruppo dirigente e le sue idee politiche sono lontane da quelle di Zingaretti. Se si guarda ai precedenti Renzi deve fare attenzione. Le ultime due scissioni hanno portato poco fortuna. Quella di Rutelli ha coinciso con l’estromissione dell’ex sindaco di Roma dalla vita politica e quella di Bersani e D’Alema con l’ennesimo partitino a sinistra che non è stato premiato dagli elettori. Nessuno o quasi si ricorda i nomi di queste formazioni politiche nella miriade di sigle nate nella seconda Repubblica. Quella scelta da Renzi è Italia Viva e vedremo se avrà più fortuna. Come dice Matteo Orfini citando l’adagio latino “extra ecclesiam nulla salus” non c’è salvezza al di fuori della Chiesa, così non c’è salvezza fuori dalla casa madre, dal partito-ditta come lo chiamava proprio Bersani. Il futuro di Renzi è oggi quello di provare a costruire un partito di centro, una nuova Margherita anche se gran parte di quel gruppo dirigente a partire da Franceschini e Gentiloni è rimasto dentro il PD. La scommessa è anche quella di allargare il perimetro del governo includendo nella nuova operazione anche un pezzo di Forza Italia. Sul partito di Berlusconi agirà una duplice spinta da un lato in direzione renziana e dall’altro verso Salvini come ha già iniziato a fare Giovanni Toti. I due Matteo proveranno a prendersi quel che resta della creatura di Silvio Berlusconi che però non intende mollare così facilmente. Le sirene del governo potranno però attrarre qualche parlamentare che spera nella prosecuzione della legislatura. La sfida per Renzi è più ambiziosa, non un piccolo cespuglio centrista ma un vero partito di centro che abbia numeri consistenti e capace di guidare politicamente una coalizione. Un progetto alla Macron per intenderci che però in questo momento assomiglia più ad un sogno che ad una realtà. Renzi se ne va accusando il PD attuale di essere organizzato scientificamente in correnti e la ricerca dell’unità come bene supremo non funziona più. Lui è stato il leader più forte e con una maggioranza più larga all’interno del partito ma non è riuscito a frenare o a cambiare questa situazione. Difficile accusare con questi argomenti chi è venuto dopo di lui. Ha ragione però quando dice che continuando con questo insieme di correnti senza un progetto comune per il PD sarà difficile rispondere alle aggressioni di Salvini e alla difficile convivenza con i Cinque Stelle. Serve un cambio di passo e serve soprattutto che il PD unisca realmente culture diverse e non si limiti a far finta di sommarle. Renzi sa perfettamente che uno spazio al centro può esserci ma dovrà farlo includendo e non dando vita all’ennesimo partito personale. Dice che c’è un futuro da andare a prendere lo si coglie solo se nasce un qualcosa di diverso e non simile al passato. Quello che dovrebbe fare subito è evitare di comportarsi come un piccolo Ghino di Tacco e del resto la durata della legislatura è vitale per chi ha in testa un progetto di lungo periodo. Votare subito vorrebbe dire rischiare di prendere percentuali troppo basse.  Ma la vera motivazione che ha spinto Renzi a fare un’operazione di potere e non di politica sta in quella che Massimo Giannini ha definito come una difficoltà esistenziale a vivere in una comunità di cui non si esercita il comando. Un bisogno di leadership che assorbe ed esaurisce l’intera missione politica di chi è stato premier e segretario del PD.

di Andrea Covotta

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