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Riforma della giustizia, perché No. Fontana: “Ci sarà un maggiore controllo del potere politico sulla magistratura”

Giorgio Fontana, ordinario di diritto del lavoro, lei è schierato per il no al referendum sulla riforma della giustizia, perché?

Per due ragioni. La prima è una questione interna al mondo giudiziario, che riguarda il rapporto tra magistratura giudicante, pubblico ministero e avvocatura. C’è poi una questione forse ancora più importante che concerne gli effetti della riforma all’esterno del sistema giustizia, quindi sui diritti dei cittadini, di chi si trova ad affrontare un procedimento penale, ma anche di chi vuole tutelare un diritto sociale.

Come incide la riforma sulla vita dei cittadini?

Se parliamo del processo penale, con questa riforma vengono meno alcune garanzie difensive, già ridotte dalle precedenti riforme in senso accusatorio. Tali garanzie rischiano di essere ulteriormente indebolite, soprattutto per quei cittadini che non possono permettersi un livello elevato di difesa tecnica, che è molto onerosa.
Chi non dispone di mezzi adeguati si troverà di fronte a un pubblico ministero sganciato dalla magistratura giudicante, dotato del controllo della polizia giudiziaria e di strumenti investigativi rilevanti. Il cittadino comune, ovviamente, non ha gli stessi strumenti: si crea quindi una situazione di disparità. Per questo motivo non è corretto dire che la riforma garantisce una maggiore parità tra le parti: al contrario le garanzie per i cittadini si riducono.

Lei accennava anche alla tutela dei diritti sociali.

Chi spera in una magistratura attenta ai diritti sociali, capace di mettere in primo piano la tutela dei più deboli rispetto ai grandi poteri economici, se passasse la riforma potrebbe rimanere deluso.
La riforma determina infatti un maggiore controllo politico sull’ordine giudiziario. Pensiamo ai provvedimenti giudiziari contro grandi piattaforme come Deliveroo o Glovo, oppure ai procedimenti per caporalato che hanno coinvolto marchi dell’industria della moda.
Una magistratura sottoposta a un sistema più penetrante di controllo politico si sentirà libera di intervenire in casi del genere? Si sentirà tutelata? Sono interrogativi legittimi.

Perché la riforma potrebbe favorire il controllo del potere politico sulla magistratura?

Innanzitutto attraverso il sistema del sorteggio per la composizione degli organi di autogoverno, in particolare del Csm. Chi viene estratto potrebbe non avere una preparazione adeguata per svolgere quel ruolo, mentre la componente politica sarà composta da esperti del settore: giuristi, professori universitari, avvocati di lungo corso.
Inoltre viene istituita un’Alta Corte disciplinare, in parte anch’essa composta per sorteggio, con una riduzione del peso dei magistrati rispetto alla componente politica. Le decisioni di questo organo, peraltro, non sarebbero appellabili. Tutto ciò determina un maggiore controllo del potere politico sulla magistratura e può generare timore in chi esercita la funzione giudiziaria.

La separazione delle carriere è il punto più discusso. È davvero il cuore della riforma?

Paradossalmente è l’aspetto meno importante, anche se viene presentato come il principale. È l’ultimo anello di un processo più ampio di ridimensionamento dei poteri autonomi della magistratura. La creazione di due Csm distinti, uno per i pubblici ministeri e uno per i giudici, significa frammentare un organo che prima rappresentava unitariamente la magistratura. Con la riforma il pubblico ministero verrebbe ulteriormente isolato anche nella gestione delle carriere e degli incarichi direttivi. Tutto questo va nella direzione di un maggiore controllo da parte del potere politico sul potere giudiziario.

È vero che la riforma eliminerebbe le correnti nella magistratura?

No. Circa il 95-96% dei magistrati è iscritto all’Anm, e quindi a una delle associazioni che la compongono. I magistrati sorteggiati saranno comunque iscritti ad associazioni.
La differenza è che con il sorteggio la composizione della componente togata del Csm sarà casuale. Potremmo avere, paradossalmente, un Csm dei pubblici ministeri con una maggioranza conservatrice e uno dei giudici con una maggioranza progressista.

Semplificando, è una riforma che, più che separare giudici e Pm, mette a rischio la separazione dei poteri dello Stato, uno dei principi cardine della democrazia?

Da tempo si va nella direzione di un rafforzamento dell’esecutivo e di un indebolimento degli organi di garanzia e dei poteri autonomi. Abbiamo già assistito a interventi del Governo sulla Corte dei Conti, ad attacchi alle università, alle tensioni con la stampa e il giornalismo indipendente. Sono tutti segnali di una tendenza alla concentrazione del potere.

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*L’appuntamento

Si terrà il 28 febbraio 2026 alle ore 15.30, presso la Sala Houston in Piazza Sanità a Caposele (AV), un incontro pubblico promosso in vista del Referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, con l’obiettivo di sostenere le ragioni del “No”.

L’iniziativa, dal titolo “Perché No – A difesa della Costituzione e della separazione dei poteri”, vedrà la partecipazione di magistrati, avvocati, docenti universitari e rappresentanti del mondo associativo, che si confronteranno sui temi della riforma della giustizia e sugli equilibri costituzionali.

A moderare il dibattito sarà la giornalista Maria Laura Amendola. Interverranno il prof. avv. Giorgio Fontana, professore ordinario di Diritto del Lavoro; gli avvocati Pasquale Acone, Salvatore Battaglia – segretario nazionale del Comitato Avvocati per il No – e Raffaele Tecce; il dott. Marcello De Chiara, consigliere della Corte di Appello di Napoli e vicepresidente ANM; il dott. Henry John Woodcock, sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Napoli; e Davide Perrotta, coordinatore di Libera Avellino.

All’incontro prenderanno parte anche i Forum dei Giovani dell’Alta Irpinia, in un momento di confronto aperto alla cittadinanza sui contenuti della riforma e sulle sue possibili ricadute istituzionali.

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Antonio Picariello

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