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Se anche l’informazione è a rischio

Vittorio Feltri, con la sua penna graffiante e lo stile di un grande comunicatore, nella sua quotidiana rubrica su Il Giornale, a proposito della vicenda della possibile cessione dei quotidiani La Repubblica e La Stampa, dal gruppo Gedi a un editore greco, ha scritto una nota che approfondisce la questione. A suo modo ha fatto le bucce a quegli urlatori di professione della categoria dei giornalisti che alzano le barricate ogni qualvolta c’è da commentare la crisi o qualcosa che ha a che vedere con la libera stampa. Tuttavia, a mio avviso, la sua narrazione ha eluso il problema di fondo: che cosa sta accadendo nell’informazione giornalistica italiana, un tempo orgogliosa della sua autonomia, sebbene impegnata in un confronto con la razza padrona degli editori? Lo scenario è preoccupante e segue ciò che accade nel nuovo assetto delle potenze che dominano la formazione del mondo politico. Da questo punto di vista è facile immaginare che l’editore greco, con tutto il rispetto per le fortune accumulate, agisce in nome e per conto, secondo quanto ipotizzato da esperti analisti di politica estera, degli Stati Uniti, meglio di Donald Trump. Il quale nello scacchiere mondiale si accingerebbe a controllare l’informazione dei paesi strategici nel dominio delle risorse. Pura fantasia? Probabile. Anche se in un tempo prossimo le voci potrebbero diventare anche triste realtà. Al di là di queste considerazioni, c’è un aspetto che va oggi analizzato: quello della condizione dell’informazione in Italia. Ne parlo con il bagaglio di esperienza di oltre mezzo secolo, trascorso come cronista, inviato speciale, rappresentante negli organismi rappresentativi dei giornalisti.

La crisi della carta stampata

Sono molti i motivi che l’hanno determinata: l’eccessivo costo della produzione e gli scarsi introiti pubblicitari; l’avvento dell’era del web e il proliferare dei social. Inoltre, con tutto il rispetto per il pluralismo, la nascita di nuove testate del tutto appartenenti a movimenti politici o da essi ispirate e sovvenzionate. Infine, la totale scomparsa del cosiddetto editore puro che ha determinato una forte crisi di identità dell’informazione. Tra i costi della produzione, che hanno visto in molte testate la scomparsa della figura degli inviati speciali, vi è l’alto prezzo della carta per la stampa e conseguentemente di tutti i prodotti necessari per il ciclo di produzione. L’eccessivo costo della diffusione, spesso in regime di monopolio, ha portato alla chiusura di molte edicole.

Il web e i social

E’stata la rivoluzione mediatica del nuovo tempo tra bene e male: da una parte la rapidità della diffusione delle notizie al posto dei tempi lunghi della carta stampata, dall’altra i limiti talvolta insopportabili: il mancato controllo delle fonti, il continuo ricorso alle fake news che come un boomerang ridanno valore alla carta stampata, in particolare a quella specializzata. C’è da sottolineare, inoltre, che rispetto al rigore e al mestiere dei professionisti impiegati nel giornale scritto, c’è nelle testate web una proliferazione di giovanissimi ai quali nessuno insegna niente e che risultano per questo il più delle volte impreparati, infatuati solo dal mito del giornalismo. Spesso si nota l’assenza di regole: l’uso della scrivania e del telefono al posto della capacità di una narrazione dal luogo dell’evento, la cessione del microfono o del telefonino all’intervistato che usa questi mezzi per diffondere i propri messaggi indipendentemente dalle domande poste dall’intervistatore. A tutto questo si aggiunge l’avvento dell’Intelligenza artificiale con i sui limiti e la sua capacità di nuovi orizzonti nel bene collettivo. Per ora l’AI veleggia tra la curiosità, la sorpresa e la meraviglia delle nuove applicazioni mentre si è impegnati a codificarne limiti e prospettive.

La professione

Vi si accede dopo un lungo periodo di abusivismo, o attraverso la frequentazione di master, di pubblici concorsi o ancora attraverso le scuole di giornalismo. In molti casi si tratta di una formazione di sole teorie, distante dal “farsi” della professione. Anche in questo settore, oltre alle capacità professionali di ciascuno, molto influente è la raccomandazione delle componenti sociali, la politica in primis. Si registra una distanza in fatto di occupazione tra giornalisti del Nord e del Sud. Il Mezzogiorno è maggiormente penalizzato per il numero esiguo delle testate giornalistiche, dovuto ai mancati investimenti di grandi editori, così come avviene nel centro-nord dove quasi ogni regione può vantare almeno una testata quotidiana. Nel Sud, invece, notevole è la presenza dei giornali locali e dei siti web. Negli anni più recenti si è molto diffusa la figura degli addetti stampa, a volte scelti con il criterio clientelare, quando non vi è un pubblico concorso. Al Nord ogni pubblica istituzione dispone di un Piano di comunicazione che prevede anche la ripartizione delle risorse, iscritte in bilancio, per ogni mezzo di informazione; nel Mezzogiorno i ritardi sono rilevanti da questo punto di vista. Gli stessi organismi rappresentativi, Ordine dei giornalisti e Federazione della stampa, ammettono le difficoltà perché le regole siano rispettate.

Una particolare attenzione merita la stampa locale che, pur tra tante difficoltà, riesce, per qualità di informazione, ad essere punto di riferimento delle comunità. Alcune testate sono riuscite a sopravvivere con le edizioni cartacee, la maggior parte però ha trasformato la propria edizione nel digitale. Difficoltà si registrano nella raccolta pubblicitaria, che è legata quasi sempre alla richiesta da parte dei soggetti disponibili a sottoscrivere contratti a ribasso. La sopravvivenza delle testate ha un suo valore aggiunto nel “volontariato”, che esprime il meglio della passione per la professione svolta con rigore, legalità e difesa dell’autonomia: ma è, appunto, volontariato e non può dirsi lavoro.

In conclusione, il panorama che il lettore ha davanti è molto articolato nella sua complessità. Spesso la stessa categoria dei giornalisti impatta in un confronto che va oltre il valore della notizia, determinando vicendevoli accuse che non aiutano il lettore a farsi una precisa idea. In questo senso è l’informazione politica dell’appartenenza a creare una notevole confusione. Per tornare all’inizio di questa riflessione, il giornalista non è più il principale attore nel processo mediatico, ma subisce dei vincoli nel processo della comunicazione delle notizie: vincoli che riguardano il rapporto redazionale tra colleghi, il rapporto sinergico con l’editore nel controllo della notizia, il non facile rapporto che spesso si registra nella scala gerarchica delle funzioni, la frustrazione di una professione che solo a parole esprime autonomia professionale e libertà di informazione. E allora nasce il desiderio di rifugiarsi negli strumenti di informazione specialistica o, come recentemente avviene, con la richiesta, per chi può, di un prepensionamento per uscire da un mondo in cui all’inizio si immaginava di esercitare il più bel mestiere, ritrovandosi poi in un inferno da cui liberarsi. E questo a danno del lettore, che comincia ad astenersi da un generalismo che produce il più delle volte delusione e stanchezza. Ovviamente questo non è l’assoluto: nel senso che ci sono isole professionali che ancora resistono nella difesa del pluralismo, del rigore e del rispetto nei confronti del lettore. Ed è questo che Il Corriere si impegna a testimoniare.

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Gianni Festa

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