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Se la politica nasce dal rancore

 

Tra le tante cose che ho letto nei giorni scorsi in occasione degli 80 anni di Silvio Berlusconi, mi ha colpito una frase di Ezio Mauro su “L’Espresso” di domenica 25 settembre: “L’istinto di classe ha convinto fin dall’inizio il Cavaliere a puntare sul ceto medio emergente proponendogli di mettersi in proprio per diventare finalmente soggetto politico, autonomizzandosi sia dalla grande borghesia che dal proletariato”. E’ vero, è stata questa la felice intuizione di Berlusconi, che gli ha consentito, nel 1994, di vincere a sorpresa le elezioni politiche e poi di formare quattro governi che hanno dato un’impronta indelebile alla cosiddetta “seconda Repubblica”. La sua scommessa era coraggiosa ma non era un azzardo: negli anni novanta il ceto medio era la fetta più consistente della società italiana, in ascesa come classe di reddito e alla ricerca di prestigio; per imporsi aveva bisogno di un’adeguata rappresentanza politica. Berlusconi glie l’offerse presentando se stesso come esempio. “Se ce l’ho fatta io, disse, potete farcela anche voi”. Nel 2001, in piena campagna elettorale (per lui la terza, avrebbe vinto contro Rutelli) spedì a tutte le famiglie italiane un libretto di autoesaltazione dei suoi successi che puntava – e ci riuscì – a galvanizzare i potenziali elettori. Era intitolato “Una storia italiana” e fra l’altro vi si leggeva: “In tutte le attività in cui mi sono impegnato ho dimostrato che si può arrivare a risultati che possono apparire irraggiungibili”. Sottinteso: fate come me e intanto votatemi. Se ho ricordato questi precedenti è perché, ora che la parabola di Berlusconi è in fase declinante, l’involuzione del ceto medio italiano, su cui il Cavaliere aveva fondato le sue fortune, ci può aiutare a capire meglio come è cambiata la società politica e perché si vanno affermando nuovi soggetti – i Cinque stelle – che non abbandoneranno il campo tanto facilmente, anche se alla prova del governo stanno mostrando parecchi limiti (del resto anche i quattro governi Berlusconi non brillarono per risultati). Il fatto è che già nel 2001, quando fu pubblicata “Una storia italiana”, il nostro ceto medio mostrava i primi scricchiolii, destinati ad accentuarsi col tempo. Nel 2006, dieci anni fa, ancora sei italiani su dieci si sentivano “ceto medio” (vent’anni prima erano più dell’80%), nel 2011 erano il 50%, pochi anni dopo erano scesi di altri cinque punti, e nello stesso periodo la percentuale di coloro che si sentono scivolare in basso nella gerarchia sociale è passata dal 48 al 65, molti dei quali sono giovani che per la prima volta nel secondo dopoguerra hanno la certezza che li attende un futuro peggiore di quello dei padri. Sono dati che ricavo dagli studi di Ilvo Diamanti, che descrive un’evoluzione sociale allarmante: una progressiva “operaizzazione” della società, uno scivolamento verso il basso che non pare arrestarsi, una conseguente perdita di identità che spiega tante frustrazioni, paure, incertezza risentimento politico (cito sempre Diamanti). Un altro sociologo, Giuseppe De Rita, ha osservato già da qualche anno che una perdita di identità di quello che una volta veniva definito “ceto medio” può generare “rancore sociale”; e intanto “si è esaurita l’idea di una classe dirigente capace di farsi carico degli interessi collettivi”. Insomma, trionfano gli egoismi, l’io prevale sul “noi”. Naturalmente, un degrado così accentuato si spiega anche con le responsabilità della politica e non solo, ma forse la colpa più grave della classe dirigente complessivamente intesa è stata il non rendersi conto che l’avanzare della globalizzazione richiedeva una modifica del modello economico italiano per renderlo più competitivo, ed una coraggiosa revisione del welfare, che in Italia continua a privilegiare gli anziani (ormai ex ceto medio) rispetto ai giovani. E veniamo all’oggi. Se il declino politico di Berlusconi dipende, oltre che dall’età, dal declino dell’elettorato che in lui si era riconosciuto, ecco che specularmente il “rancore sociale” di chi ha perduto l’ancoraggio in un ceto medio che non esiste più si canalizza verso i Cinque stelle e ne determina il successo. Con la differenza che ai suoi elettori già di per sé ottimisti e fiduciosi il Cavaliere offriva la prospettiva di governare insieme a lui lo Stato, mentre i Cinque stelle offrono un modello partitico fortemente verticalizzato, solo attenuato dalla chimera del reddito di cittadinanza che, se realizzato (ma con quali risorse?) confinerebbe i percettori nel limbo di un “operaismo” che affonda nella nebbia della mediocrità. Resta il fatto che finché le ragioni del rancore restano intatte, anche la sua proiezione elettorale è destinata a durare.
edito dal Quotidiano del Sud

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