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Si chiude un anno che, da un punto di vista politico, ha una protagonista assoluta in Giorgia Meloni, prima donna a ricoprire il ruolo di Presidente del Consiglio. Ha vinto le elezioni tre mesi fa e in soli dieci anni ha portato un piccolo partito a diventare la prima forza politica del Paese. Fratelli d’Italia nasce il 21 dicembre del 2013 e la notizia, allora, non trova grande spazio sui giornali o nei Tg. Meloni, La Russa e Crosetto hanno deciso di rompere con Berlusconi e ricostruire un partito con una chiara identità di destra pur restando nella coalizione. Uno “strappo” sottovalutato ed invece nell’arco di dieci anni Giorgia Meloni si è presa il centrodestra e Palazzo Chigi. Stando agli ultimi sondaggi Fratelli d’Italia continua a crescere ed è aumentato il divario con gli altri partiti della coalizione e con quelli di opposizione che deve dunque attrezzarsi per un lavoro di medio o lungo periodo per tentare una rimonta. La tenuta o meglio la crescita del partito della Meloni non è diminuita nemmeno con le difficoltà incontrate nel varare una manovra economica che, presentata come una risposta alle promesse elettorali, si è rivelata come la solita pioggia di provvedimenti unita ad una grande confusione. A far la differenza c’è però, come ha scritto Stefano Folli “il fattore-novità, vale a dire l’operazione simpatia cheGiorgia Melonifin qui ha gestito con senso politico, ma che sarà non più ripetibile con il passare del tempo. Nei prossimi mesi la leader della destra dovrà riuscire ad apparire sempre più istituzionale e credibile all’estero… senza tuttavia perdere i contatti con il suo elettorato tradizionale, ancora affezionato ai vecchi schemi: contro i poteri forti e le élite finanziarie, nazionalista, più Orbán che Macron. Qui gli interrogativi sono numerosi, in particolare sul tema più importante: il Pnrr. Che la divisione dei fondi vada in parte ripensata alla luce del conflitto in corso e dell’inflazione minacciosa, è evidente. Ma ciò richiede una particolare abilità nel trattare con l’Unione. Il vecchio rapporto con l’ungherese Orbán è ormai zavorra, mentre diventa cruciale destreggiarsi tra le logiche della Commissione, a sua volta specchio degli interessi di Germania e Francia”. Se questi sono i nodi che la Meloni dovrà sciogliere per rispettare il mandato ricevuto dagli elettori molto più complessa è la situazione del centrosinistra e in particolare del partito democratico. L’unica certezza è il passo indietro di Letta che lascerà a breve la segreteria. In questo momento più che la “guerra” alla Meloni, il Pd è impegnato in una sorta di guerra interna tra i candidati alla guida del partito. E così la svolta politica più a destra del Paese coincide con il punto di più grande debolezza della sinistra. Il Pd inoltre deve guardarsi anche dalla riconquistata leadership di Conte e dall’attivismo al centro di Calenda e Renzi. E poi c’è il tema delle inchieste di Bruxelles che hanno travolto la sinistra italiana in Europa. Il tema non sono solo le accuse di aver incassato tangenti per coprire le violazioni dei diritti umani ma quello di aver minato la credibilità delle istituzioni europee. Un politico intellettualmente onesto come Gianni Cuperlo ha infatti detto che “si è innocenti fino a prova contraria, ma il punto non è lì, in un garantismo da difendere sempre. Il tema è la questione morale che investe la sinistra e che nessuna ipocrisia o rimozione può fingere di non vedere. Partiti deboli, culture politiche sempre più fragili e classi dirigenti catturate dall’ansia di rinnovare il proprio ruolo e potere hanno prodotto una democrazia più screditata e vulnerabile. Spero che il nostro congresso non rimuova il tema”.

di Andrea Covotta

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