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Sinistra Italiana: “Contro il nuovo scippo di risorse al Meridione”

Desta  profonda preoccupazione il rischio che si consumi l’ennesima sottrazione di risorse ai danni del Sud. Nonostante le rassicurazioni in senso contrario del ministro Provenzano, gli elementi che indicano che si sta andando in questa direzione sono molti e senza possibilità di equivoco.
Va preliminarmente chiarito che tra le iniziative dell’Unione Europea per fronteggiare l’emergenza sanitaria è  prevista la flessibilità nell’utilizzo dei fondi strutturali. Sussiste dunque la possibilità di trasferire risorse tra i tre fondi della politica di coesione e tra le diverse categorie di Regioni.

 

Le diverse “categorie di Regioni”,  sono tre: 1) sviluppate; 2) in transizione; 3) in ritardo di sviluppo.

 

L’ attuale normativa, in linea con il principio della concentrazione geografica,  che regola a livello europeo i fondi strutturali, prevede che l’ 80% delle risorse vada al Mezzogiorno dove, com’è noto, sono ubicate le Regioni in ritardo di sviluppo. Autorizzare la “flessibilità” nell’uso dei fondi strutturali significa dunque trasferire risorse da quelle in ritardo di sviluppo a quelle sviluppate.  Questo rischio è confermato dal fatto che il Def 2020 viene dopo che si sono conosciuti i contenuti di un documento della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica dove, tra le proposte per uscire dalla crisi, si formula l’ipotesi di modificare l’attuale ripartizione delle risorse del Fondo di sviluppo e coesione.

 

E il D.E.F. 2020 è una prima applicazione di quel documento.
Va specificato che il Def è a contenuto vincolato per cui nella sua seconda sezione vanno indicate, tra l’altro, “le risorse destinate allo sviluppo delle aree sottoutilizzate con evidenziazione dei fondi nazionali addizionali”.

Tuttavia,   scorrendo la sezione II del Def 2020  è possibile verificare che la norma viene rispettata soltanto sotto un profilo meramente formale perché vi è sì il capitolo dedicato alle “risorse destinate alla coesione territoriale e i fondi nazionali addizionali”, ma in questo capitolo manca l’indicazione dei programmi di spesa su cui applicare la riserva del 34% degli investimenti al Sud ( che corrisponde alla percentuale del peso demografico della popolazione meridionale)  come prevede la legge 18/2007  .

 

Si deve aggiungere inoltre che dal 1° febbraio 2020 e per gli anni 2020 e 2021, le risorse Fondo Sviluppo e coesione rinvenienti dai cicli programmatori 2000-2006, 2007-2013 e 2014-2020 possono essere in via eccezionale destinate ad ogni tipologia di intervento a carattere nazionale, regionale o locale connessa a fronteggiare l’emergenza sanitaria, economica e sociale conseguente alla pandemia da  Covid-19 in coerenza con la riprogrammazione che, per le stesse finalità, le amministrazioni nazionali, regionali o locali operano  nell’ambito dei Programmi operativi dei Fondi SIE.

 

È confermato che non sarà necessario il cofinanziamento del Governo italiano sui fondi europei (Fsc), deciso dalla UE,  allo scopo di consentire una rapida spesa senza gravare sul patto di stabilità. Come è evidente però questo comporterà  il mancato impegno dei fondi  di competenza del governo centrale che avrebbero dovuto integrare  quelli UE Non ci vuole molto a capire che si tratta di altre risorse sottratte al Sud, fatto già esplicitato nel D.E.F. approvato ad aprile.
Ma c’è di più. Il decreto  Rilancio prevede che, in considerazione della situazione di crisi connessa all’emergenza Covid-19,  le imprese con un volume di ricavi non superiore a 250 milioni e i lavoratori autonomi, con un corrispondente volume di compensi, non siano tenuti al versamento del saldo dell’IRAP dovuta per il 2019 né della prima rata, pari al 40 per cento, dell’acconto dell’IRAP dovuta per il 2020. Ma con l’IRAP si finanzia la sanità.

 

Nonostante il governo abbia confermato di non voler attivare il prestito, il paradosso è che ci sono molte probabilità di ricorrere al Mes, che consentirebbe l’accesso a 36 miliardi con la condizionalità di utilizzarli solo, direttamente o indirettamente, per l’emergenza sanitaria. In questo caso la restituzione del nuovo debito e i relativi interessi saranno pagati da tutti i cittadini, inclusi quelli del Sud che soffrono già di una pessima condizione della sanità pubblica che è ampiamente sottofinanziata. Il paradosso è che si sottraggono i fondi destinabili anche la sanità già disponibili e si ricorre invece a un debito, che presenta sicuramente tassi bassi ma anche un elevato rischio di “stigma” che potrà essere pagato duramente in termini di giudizio dei mercati finanziari sulla sostenibilità del debito pubblico, con tutto quello che ne consegue in termini di rialzo dello “spread” e  attivazione delle procedure di intervento degli organismi europei assimilabili a quelli della famigerata troika ai danni della Grecia.

Per tutte queste ragioni denunciamo con forza che, nonostante le dichiarazioni, si sta consumando ai danni del Mezzogiorno l’ennesimo scippo di risorse. Un ulteriore taglio come quelle che si intravede   in una fase delicata come quella del dopo-Covid , quando bisognerà fare fronte alle urgenze di una crisi sociale ed economica senza precedenti nella storia repubblicana, renderà impossibile assicurare un minimo di ripresa e metterà a repentaglio la coesione sociale esponendo i meridionali al rischio di un ulteriore scivolamento in condizioni di marginalità, dipendenza e  vulnerabilità anche nei confronti delle mafie.
Invitiamo pertanto le forze parlamentari di maggioranza a intervenire urgentemente sul def così come  formulato, come è ancora  possibile attraverso la nota aggiuntiva, per ripristinare le risorse necessarie alle regioni meridionali.

 

E’ l’unico modo, questo, per evitare che si consumi una secessione di fatto irreversibile ai danni di una parte fondamentale del paese.

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