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Torna in cattedrale la tavola dell’Adorazione dei Magi. Il vescovo Aiello: il viaggio che si fa incontro e apertura a ogni cultura e credo

di Arturo Aiello

Dopo cinque anni di restauro torna in Cattedrale la tavola  cinquecentesca dell’Adorazione dei Magi del 1589 a cura di  Pheliana di Martino del Mastro sotto l’alta sorveglianza della  Sprintendenza ABAP di Salerno e Avellino nella persona della  dott.ssa Paola Apuzza. Collocata nella Cappella Spadafora, nella  navata destra, la tavola ultimamente è stata oggetto di studio del  Prof. Francesco Barra che ha rinvenuto il contratto di commissione  della Famiglia Spadafora a Pietro Torres, pittore fiammingo vissuto  a cavallo tra il 1500 e il 1600. Il restauro ultimato ha liberato il  dipinto da elementi spuri aggiunti in un intervento a metà anni 80  del secolo scorso riportandolo all’impianto originario dove la  Vergine con il Bambino, al centro, sono circondati dai Magi in vesti  sontuose in una scena affollata da cortigiani, angeli, vessilli al  vento ed elementi architettonici di colonne dirute ed archi di  antichi acquedotti romani.

Il raccoglimento e la devozione del Magio in adorazione, col capo scoperto, che porge l’oro al  Bambino, sono in contrasto con il movimento affollato e chiassoso  delle altre figure colte nell’atto di indicare, parlare, voltarsi. L’erba  cresciuta a ciuffi tra le pietre dei templi antichi mentre sembra  decretare la fine dei culti “falsi e bugiardi” pure attesta una  qualche continuità dal momento che l’Adorazione avviene tra elementi architettonici di età classica e così innesta nell’antico il  Nuovo del Dio fatto Uomo come in un intarsio di culture. In primo piano a sinistra il Magio Moro a tutta altezza sembra in posa, come  a pavoneggiarsi nei suoi abiti regali, nei fini calzari, nel corno con la mirra sigillato da un tappo d’oro finemente cesellato. Dalla  postura, dagli occhi fiammeggianti che risaltano nell’incarnato  scuro del volto, dal braccio destro poggiato sul fianco, dal  turbante, dai baffi, dalla cintura e dal corpetto riccamente rifiniti,  è come se dicesse imponendosi allo spettatore: “Sono qui anch’io!”.

È come se la preziosa tavola fiamminga di Torres o di  Mytens (è l’altra attribuzione) riportasse in Cattedrale e in città il  Vangelo dei Magi nella sua rivoluzionaria apertura ad ogni cultura  e credo religioso. Venendo da lontano, i Magi, nel Vangelo di  Matteo, gettano un ponte tra Oriente e Occidente, tra astrologia e  teologia, tra lontani e vicini, nel dolce tormento di una stella che li  invita a partire lasciando il già conosciuto per il nuovo che si profila  all’orizzonte e li chiama. Il tema del viaggio attraversa il Vangelo e  la nostra preziosa tavola favorendo incontri tra persone diverse che vengono da lontano portando doni preziosi e profumi: è il  viaggio dell’autore fiammingo che, cinquecento anni fa, attraversa  le Alpi e si tuffa nella cultura partenopea avendo contatti con il  vescovo di Avellino Pietro Antonio Vicedomini e con la famiglia Spadafora che vanta in Cattedrale una cappella gentilizia, è il  viaggio dei Magi perché il Re dei Giudei “ha messo nei loro fianchi  lo sperone di quella stella che galoppa verso Occidente” (L.  Santucci).

Anche la tavola ha avuto il suo viaggio, le sue traversie, i suoi restauri, velamenti e svelamenti che hanno portato alla luce  i tesori di preziose cromaticità e di fogge di abiti e di turbanti che  ora, dalla mareggiata del tempo, viene restituita e adagiata sulla spiaggia della nostra Cattedrale come relitto di un vangelo inclusivo che facciamo ancora fatica ad accettare. Puoi visitarla ed  ammirarla, è appena stata restituita alla contemplazione artistica  e alla preghiera, ma fa in fretta, perché dietro la Vergine  impegnata a fare gli onori di casa, San Giuseppe è distratto da un Angelo che gli mette fretta a ripartire perché “Erode vuole  uccidere il Bambino”. Così capita anche a noi: quando ci sembra di  essere giunti ci tocca ripartire di nuovo. Buon viaggio!

 

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