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Dopo che la Camera ha approvato ieri con la fiducia il c.d. decreto sicurezza bis in una versione ulteriormente peggiorata rispetto al testo iniziale, non possiamo restare più indifferenti al pericolo di involuzione autoritaria che grava sulla democrazia italiana.

Se la crisi della rappresentanza ha origini lontane nel tempo ed ha prodotto una profonda sfiducia dei cittadini nelle istituzioni politiche elettive e nel Parlamento, nel contesto attuale si sta verificando una vera e propria erosione dei contenuti della democrazia repubblicana: un male oscuro al quale bisogna reagire con fermezza.

L’edificio dei valori repubblicani si regge sull’architrave dell’eguaglianza di cui costituisce corollario essenziale il principio di non discriminazione. Fin dall’insediamento del governo gialloverde, si sono succeduti attacchi sempre più virulenti al principio di non discriminazione, alimentati da slogan come “prima gli italiani“, espressioni tanto rozze quanto ingannevoli, destinate a creare fratture sociali a cascata: prima i veneti, prima i lombardi, dopo i meridionali, dopo gli zingari, dopo gli immigrati.

A questo mantra politico sono seguite condotte amministrative e provvedimenti legislativi orientati al disprezzo dei diritti fondamentali, volti ad accrescere il disagio sociale e a minare la convivenza fra diversi gruppi sociali, col risultato di accrescere l’insicurezza collettiva, al contrario di quanto predicato.

Abbiamo già denunciato che con il primo decreto sicurezza sono stati messi in moto tutta una serie di meccanismi politici, legislativi ed amministrativi che convergono verso lo stesso risultato: ostacolare l’integrazione e accrescere la popolazione di stranieri in condizioni di clandestinità, avvelenando così i pozzi della convivenza nel nostro paese.

Con il secondo decreto sicurezza si punta a porre definitivamente termine alle operazioni di salvataggio in mare effettuate dalle navi delle ONG, risolvendo il braccio di ferro effettuato con numerose condotte di ostracismo esercitate non solo nei confronti di navi private (da ultimo la vicenda Sea Watch) ma persino nei confronti delle navi militari italiane (caso Diciotti).

Molti hanno osservato che la drammatizzazione antisbarco posta in essere contro i 42 migranti recuperati dalla Sea Watch appariva quantomeno bizzarra, perché nello stesso periodo sono sbarcati circa 300 migranti giunti in porto con  mezzi propri, senza che nessuno glielo impedisse; sbarchi che tutt’ora continuano.  Ma non si tratta di un paradosso, c’è una differenza fondamentale: i profughi salvati dalla Sea Watch non sarebbero mai arrivati in Italia perché, avendo fatto naufragio, sarebbero morti affogati, così come sono morti in mare qualche giorno dopo, al largo della Tunisia, 72 profughi fuggiti dalla Libia, che nessuna nave umanitaria ha potuto soccorrere.

Che quella messa in atto non sia una politica di governo dell’immigrazione attraverso il contenimento (sia pure con metodi disumani) dei flussi di profughi provenienti dal nord Africa, è dimostrato dalla mancata partecipazione e dalla mancata accettazione da parte del governo italiano dell’accordo stipulato a Parigi il 22 luglio da 14 Stati membri dell’UE che, derogando al regolamento di Dublino, prevede la redistribuzione in tempi brevi dei migranti che arrivano in Europa via mare; in questo modo si renderebbero effettivi i ricollocamenti superando lo stallo venutosi a creare nell’ultimo anno nei casi di salvataggio in mare a cagione del rifiuto italiano di accettare lo sbarco.

Il fatto che si sia platealmente rifiutato quell’accordo di redistribuzione, che veniva invocato l’anno scorso come pretesto per impedire lo sbarco dei profughi recuperati dalla nave Diciotti della Capitaneria di Porto, smaschera il vero fondamento della c.d. “politica migratoria”, che non attiene al governo del fenomeno, bensì ha l’unico scopo di istituire determinate categorie sociali (non solo i migranti) come nemici pubblici da sacrificare sull’altare della rabbia sociale. Non a caso nei confronti delle persone che richiedono rifugio e protezione si usano espressioni pretestuose come la difesa dei confini, che evocano un nemico da combattere. Peccato che in democrazia non esistano gruppi sociali che possano essere identificati come nemici e soggetti ad azioni di persecuzione come avveniva in Italia e Germania negli anni trenta del secolo scorso. Quando si attivano queste dinamiche vuol dire che un male oscuro corrode la nostra vita civile.

di Domenico Gallo

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