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Verbum caro hic factum est. La basilica della SS. Annunziata di Prata

Un angolo di storia, dove la magia degli affreschi si intreccia all’austera semplicità delle antiche architetture, cornice di una venerazione millenaria. In sintesi, il complesso basilicale della SS. Annunziata di Prata è una vera pinacoteca rupestre che custodisce un patrimonio immenso di cronache, arte e fede. Non intendo dilungarmi sulle sue dinamiche evolutive, peraltro abbastanza note: dalla necropoli pagana all’impianto basilicale d’età longobarda fino alle modifiche arbitrarie di alcuni restauri degli ultimi due secoli.
L’intenzione è invece quella di parlare della basilica con le catacombe come testimonianza particolarmente penalizzata da studi e restauri non sempre appropriati. Un eterogeneo complesso che soffre, ancora oggi, della mancanza di un’indagine organica sugli elementi che lo compongono e questo malgrado il suo ruolo rilevante nel panorama monumentale irpino.
Un’operazione apparentemente impossibile pensando alle ingiurie subite dalle stratificazioni del monumento (ricostruite nel bel saggio di G. Muollo, che ne curò il restauro per il Giubileo del 2000). Così, in un salto nel tempo, si riscontrerà la pochezza dei dati acquisiti dalle campagne di restauro e scavo di Chierici e Rusconi (tra il 1930 ed il 1955): interventi che han reso la storia del complesso frammentaria, vanificando ogni sforzo ricostruttivo (già penalizzato dalla carenza di documenti d’archivio). Così, senza relazioni e rilievi, priva di una campagna di scavo archeologico intesa in senso moderno, l’analisi del complesso basilicale della SS. Annunziata di Prata resta invischiata nell’intricatissima ragnatela delle attribuzioni, delle congetture e delle ipotesi più o meno fantasiose. Molti studiosi finirono così per limitarsi a tramandare ipotesi (spesso intangibili) sulla sua genesi, contribuendo ad infittire uno dei misteri dell’archeologia in Irpinia.
Nessuno, o quasi, però si prese la briga di rileggere alcune fonti del passato come lo Schultze o il Lepore, il quale già negli anni ’30 lamentava la distruzione arbitraria di ben quattro strati di decorazioni nella navata e altri abusi d’interpretazione causati dalla smania restauratrice del Chierici. Nessuno si prese l’incomodo di rilevare la consistenza della necropoli lungo il vallone Maurisi, quasi che le leggende tramandate dai contadini fossero più autorevoli degli studi ottocenteschi degli illustri archeologi tedeschi o dei membri dell’Accademia dei Lincei di Roma.
Ciò avallò l’ipotesi remota sull’esistenza di un contesto isolato nella frammentarietà archeologica della valle del Sabato. Solo recentemente, la prof.ssa Gabriella Pescatori ha riletto quanto scritto da Victor Schultze alla fine dell’800 ed ha posto l’accento sulla necropoli e su alcune decorazioni parietali presenti nella navata (figure zoomorfe ed elementi floreali di stile “pompeiano”) durante il restauro del 1875. Non una congettura, dal momento che solo pochi anni fa Simone Piazza dell’École Française de Rome aveva notato, nell’absidiola, due animali marini affrontati e riferibili a decorazioni tardo antiche (mai documentate fino a quel momento). Non una mera supposizione quindi, ma dati che cambiano completamente la visione storica della basilica, confermando ulteriormente la sopravvivenza di un monumento funerario pagano ai mutamenti di culto e di utilizzo.
Al tempo stesso tutte le tradizioni legate al culto per l’Annunziata, come il famoso “volo degli angeli”, han sofferto della cronica mancanza di documentazione. Un buio illuminato da rare attestazioni, quali quella del 1673 in cui “li Cittadini di detta terra vanno in essa per divotione di Venerdì di Marzo, et anco ve si celebra nilli giorni festivi” (Apprezzo del Regio Tavolario) o quella del 1753 dove si rammentano i 15 carlini di spesa sostenuti dalla Mensa Vescovile “[…] per tanta cera per la festività della B. V. Annunziata” (Catasto Onciario) oppure, infine, quella preziosa sulle prodigiose apparizioni del Redentore nella domenica in albis del 4 aprile 1875  “[…] solennizzandosi in quel Santuario per antica consuetudine la festa dell’Annunziata, col concorso di più migliaia di forastieri, e coll’intervento di Mons. Vescovo […]” (Compendiosa relazione). La pochezza delle fonti rende  impossibile una ricostruzione del rito che si svolgeva presso il polo devozionale pratese almeno fino agli inizi del Novecento.
Esperienze spesso penalizzate da narrazioni provinciali sia per il rituale delle “scapillate” (solo Iandoli ne parlò con metodo), sia per le credenze popolari legate a Santa Alma Zita (o Almazìa; ossia l’Orante raffigurata nell’abside). Il 1516, data in calce all’affresco dell’Arcangelo Gabriele commissionato da un Santillo de Freda nelle catacombe, costituisce il terminus post quem per l’introduzione del culto dell’Annunziata a Prata in attesa di nuovi dati. È sicuro invece che la devozione si affermò definitivamente nel corso del 1700, quando anche nei documenti ufficiali questa Abbadia di S. Maria Ad Capite venne ricordata con l’intitolazione attuale.
Malgrado ciò affreschi, mura e pietre vi condurranno nella basilica prima dei restauri, nella catacomba e nella grotta dell’Angelo come parte di uno scenario ben più vasto che comprende, per le linee storiche accennate, anche la cosiddetta basilica di San Giovanni di Pratola Serra. Qui le aree sotterranee costituiscono da sempre biglietti per viaggi nel tempo e nella storia.
Non suggerirò date ed attribuzioni, favorendo un’esperienza di visita coinvolgente nel momento in cui vi recherete a Prata. In quel frangente guardate negli occhi i personaggi ritratti sulle spoglie mura, attraversate il tempo dei primi seguaci di Cristo e dei monaci che diffusero il culto per l’Annunziata in questa piccola Badia, nello stesso luogo dove, qualche secolo dopo, il Redentore divenne luminescente tanto da indurre un Papa ad aggregare, per grazie e privilegi, questa chiesa pratese all’Arcibasilica Lateranense di Roma.
Ora è il momento della responsabilità, della coesione e della solidarietà. Alla fine dell’emergenza vi aspetteremo con orgoglio nel luogo che scalda da migliaia di anni il cuore dei fedeli della valle del Sabato.

Fiorentino Pietro Giovino

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