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Meloni e l’Italia del disonore

L ‘L’Italia, nel 1861, dopo 12 secoli di divisione dall’invasione longobarda (568), non nacque per un accidenti fortuito, elevandosi a Stato monarchico indipendente e unitario e diventando – come la cantava Manzoni in “Marzo 1821” – “una d’arme, di lingua, d’altare,/ di memorie, di sangue e di cor”. Completando, nei decenni successivi, la sua Unità fino all’annessione delle terre “Terre irridente” del Trentino Alto Adige con 620 mila nostri compatrioti morti nella Grande Guerra (1914-18). Ottone di Bismarck sminuì il valore del Risorgimento dicendo che “l’Italia era stata fatta con tre S: quelle delle battaglie di Solferino (detta anche di San Martino e Solferino), di Sadowa e di Sedan”, cioè grazie a vittorie dei francesi e dei prussiani. (Per capire di che si tratta, si tenga presente che il 24 giugno 1859 sui due colli lombardi l’esercito franco-piemontese ebbe la meglio sull’esercito asburgico grazie al numero preponderante di soldati francesi e all’efficacia dei loro cannoni, così che la Seconda guerra d’indipendenza si concluse con l’annessione della Lombardia al Piemonte; a Sadowa poi, il 3 luglio 1866, l’esercito prussiano, agli ordini di un genio della guerra, il generale von Moltke, sbaragliò l’esercito austriaco, sicchè la Terza guerra d’indipendenza si concluse con un’altra annessione: quella del Veneto al nostro neonato Stato unitario, nonostante le sconfitte per terra e per mare (Custoza e Lissa), che gli austriaci inflissero agli italiani comandati da generali insipienti; a Sedan, il 2 settembre 1870 il solito von Moltke circondò e costrinse alla resa 200 mila francesi nella guerra franco-prussiana. L’imperatore Napoleone III, protettore del papa, cadde; il successivo 20 settembre i bersaglieri entrarono a Roma da Porta Pia). Ma, pur mettendo nel conto, d’accordo con Giuliano Procacci, “la favorevole congiuntura internazionale” che favorì il processo risorgimentale, l’Italia non dovette la sua indipendenza al sangue straniero, ma a quello degli italiani, dei meridionali soprattutto. E’ verità storica che il grande ideale dell’Indipendenza nazionale fu il luminoso lascito del pensiero e del sangue dei martiri e degli esuli della Rivoluzione napoletana del 1799. Conquistò le menti e i cuori della borghesia intellettuale italiana: da quella repubblicana (Mazzini, Garibaldi) a quella neoguelfa (Gioberti) e monarchica (D’Azeglio, Cavour). E conquistò anche il re del Piemonte, Carlo Alberto della dinastia Savoia-Carignano. Questi, dopo decenni di atteggiamenti contraddittori verso il Risorgimento e le idee liberali, fece del suo regno una monarchia costituzionale concedendo lo Statuto nel 1848 e dichiarò guerra all’Impero asburgico. Fu quella la Prima guerra d’indipendenza, svoltasi in due riprese, che si concluse con la sconfitta di Novara dell’esercito sabaudo (22 marzo 1849). Perchè il Piemonte ottenesse condizioni di pace non draconiane, Carlo Alberto abdicò a favore di suo figlio, che ascese al trono con il nome di Vittorio Emanuele II, e partì in volantario esilio per Oporto, in Portogallo, dove morì il 28 luglio 1849. Non aveva compiuto ancora 51 anni. Carducci, in “Piemonte” gli dedicò questi versi: “Oggi ti canto, o re dei miei verd’anni/ re per tanti anni/ bestemmiato e pianto,/ che via passsasti con la spada in pugno e il ciliicio/ al cristin petto, Italo Amleto, Sotto/ il ferro e il fuoco del Piemonte, sotto/ di Cuneo ‘l nerbo e l’impeto d’Aosta/ sparve il nemico”. Esaminando il senso della personalità e dell’opera di Carlo Alberto, lo storico Omodeo scrive tra l’altro: “La catastrofe di Novara fu come la voragine di Curzio: inghiottì il re ma salvò la dinastia. Casa Savoia legò il suo nome alla vendetta di Novara, alla Causa italiana”. E infatti, Vittorio Emanuele II, nel respingere le onerose condizioni di pace del generale Radetzki, disse: “Casa Savoia conosce la via dell’esilio non quella del disonore” – quel disonore di cui si sarebbe coperta consegnando l’Italia a Mussolini e alla dittatura fascista. E fu quella dell’onore d’Italia, del riscatto, che siciliani, calabresi, lucani, campani, per lo più contadini poveri, scelsero a migliaia rendendo vincente l’Impresa dei Mille di Garibaldi (1860), che portò al crollo della monarchia borbonica nel Regno di Napoli. E infatti Cavour, in una lettera al conte Nigra, scrisse che i meridionali, i “napolitains”, come li chiamava lui, “avevano dimostrato all’Europa che gli italiani sanno combattere e morire per la loro Patria”. Come fecero, quasi un secolo dopo, i partigiani contro il nazifascismo. E’ la via dell’onore, dell’amor di patria e del senso dello Stato, che sembra aver aver innanzitutto perso la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il suo governo, facendo propria la porcata delle porcate, la calderoliana proposta di legge dell’autonomia differenziata, che distrugge di diritto e di fatto lo Stato italiano, riducendolo a staterelli, di cui quelli meridionali condannati al sottosviluppo e all’abbandono. Non si tratta, Presidente Meloni, di essere di destra o di sinistra, ma innanzitutto di essere italiani, rifiutando il fascio-leghismo, ovvero il fascismo dei bottegai e del razzismo straccione.

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