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Gli auguri di Natale del vescovo Aiello: quell’insanabile voglia di bene che è nel cuore dell’uomo

“Non tutto è perduto se si aprono ancora porte. Osiamo varcarle con lo stupore dei pastori, con la meraviglia dei Magi”

Fervono i preparativi, la città è ingolfata di traffico da giorni, al volante si è più nervosi e insofferenti. Le mille luci sparse per le strade, come diamanti caduti da uno scrigno, risplendono nella notte e vorrebbero vincerla. Almeno ci provano. “Questa notte passerà o la faremo passare” cantava De Gregori. Il freddo che viene dal Nord fa alzare il bavero e ci chiude nei cappotti che svolazzano, preferibilmente bianchi, come chiede la moda. Ma dove stiamo correndo? Il natale puntualmente ci deluderà con le sue mille promesse mai mantenute di felicità e serenità. Com’è che “la favola antica che ieri” ci illuse continua a farlo anche quest’anno? Com’è che non abbiamo ancora imparato la lezione? Cosa c’è dietro quella pervicacia che, nonostante la puntualissima amarezza del 7 gennaio sperimentata per decenni, ci fa pellegrini di speranza in questo Natale 2024? Perché sognare ancora cenoni
e regali, ricchi premi e abbracci, ritorni di figli e di amori persi e dispersi, pace sulla terra martoriata da mille guerre e fiori nei cannoni?

Ricordo che da bambino vedevo nelle nostre chiese portafiori ricavati da vecchi mortai di guerra che facevano bella mostra di sé in un riutilizzo intelligente tra addobbi e candele dinnanzi alle statue della Vergine o di Santi. No, non è l’ennesima invettiva contro il natale consumistico, ma il tentativo di leggere dietro le tante illusioni che affollano negozi e supermercati, nell’attesa di un giorno in cui tutta la gente avrà di che mangiare e
di che godere il ripresentarsi della speranza di cui l’uomo è inguaribile portatore sano. Risorge, nonostante le guerre e le mille violenze metropolitane, in barba all’insicurezza delle strade e delle stesse mura domestiche, l’insanabile voglia di bene che è nel cuore dell’uomo. Vi è stata deposta duemila anni fa con un Natale che ha
visto nascere un bambino, il Bambino, nel viaggio di due profughi messi in cammino da un decreto che veniva da Roma. Per credenti e non, quella notte è illuminata da una Stella che ancora fa giungere i suoi raggi benefici nel nostro mondo provato da guerre e divisioni, da esplosioni che dilaniano paesi e città, ma non riescono a cancellare quel Deposito di Speranza che si chiama Gesù, il Figlio di Dio Incarnato. Il Suo Natale da cui dipende ogni nostro nei secoli e millenni successivi (“post Cristum natum”) fu segnato da mille privazioni, dall’urgenza di nascere per strada, da una culla di fortuna rimediata alla men peggio in una mangiatoia.

Fu un “Natale senza”, privo di tutti quegli aiuti che anche i poveri sogliono offrire a una Donna cui si rompono le acque e a un Bambino che sguscia all’improvviso dal grembo sporco di sangue e liquido amniotico. Quel Natale dà luce ad ogni altro natale, anche il più lontano e perverso. Nella stessa Roma da cui era partito l’editto di Cesare Augusto più di duemila anni fa, nella notte di Natale di quest’anno, un Vegliardo farà fatica ad aprire una Porta
che noi chiamiamo “Santa” e che darà accesso al Cuore di DioMisericordioso ai tanti pellegrini di speranza che ne varcheranno la soglia. Non tutto è perduto se ancora si aprono porte e c’è un bonus di Grazia dato gratuitamente. Senza farci illusioni sull’anno che verrà, vergini rispetto ai potenti di turno e alle loro promesse,
noi osiamo varcare quella Porta con lo stupore dei pastori, con la meraviglia dei Magi, con le gote avvampate dei personaggi delle tele di Gherardo delle Notti. Anche “senza” è nuovamente Natale e non c’è bisogno di aggiungere orpelli. Forse siamo chiamati a togliere qualcosa e a guardarci negli occhi. Finalmente

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