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La Romania, così lontana, così vicina

di Virgilio Iandiorio

Quando pensiamo alla Romania, e alla sua letteratura e alla sua lingua, la mente ripercorre in un baleno duemila anni di storia e ci richiama il poeta Ovidio, che in quella nazione trascorse gli ultimi anni della sua vita per decisione inappellabile di Ottaviano Augusto.

Sebbene il poeta di Sulmona non fosse certamente entusiasta dell’ambiente in cui trascorse il suo esilio (si possono leggere i distici dell’elegia decima del terzo libro dei Tristia), i suoi versi che parlano della Dacia sono considerati da alcuni studiosi rumeni un trattato etnografico.  Il culto rumeno per Ovidio è vivo ancora oggi e si concretizza in attestati di riconoscenza; così, per esempio, l’università di Costanza –l’antica Tomi– è intitolata al poeta latino.

Alla fine del XVIII secolo si tentò di portare su basi scientifiche nella lingua rumena l’idea della sua origine latina creando una corrente letteraria cosiddetta latinista.

Nella metà del secolo successivo si affermò una corrente culturale che propugnava uno spirito critico nella valutazione letteraria e la lotta contro le aberrazioni della scuola latinista. Si discuteva della lingua popolare e dei testi più antichi, oltre che sulle norme ortografiche e grammaticali da adottare per combattere l’etimologismo promosso dalla corrente latinista.

Con il XX secolo la letteratura rumena assunse definitivamente una dimensione europea. Le vicende politiche successive alla fine della seconda guerra mondiale determinarono la cultura e la letteratura di questo paese, che per mezzo secolo ha subito un regime totalitario.

La poesia orale occupa una posizione di grande rilievo nel panorama letterario rumeno. La letteratura folkloristica novecentesca trae ispirazione dalla tradizione orale delle colinde, dei canti vecchi. L’interpretazione e lo studio sulla letteratura orale romena, sincretica ma profondamente legata nei simboli e nei suoi miti all’arcaicità, hanno portato grandi studiosi, come Mircea Eliade (Bucarest, 1907 – Chicago,1986) a denotare la sopravvivenza di una cultura precristiana nell’immaginario popolare e a determinare punti comuni delle credenze europee e del vicino oriente.

Gli intellettuali degli anni Ottanta hanno dichiarato una rivoluzione spirituale prima di quella sociale. Essi si sono sottratti all` utopia comunista della società perfetta, promossa dalle pagine dei giornali e dalle immagini trasmesse dall’ unica televisione nazionale, immagini in disaccordo totale con la realtà quotidiana.

Le poesie di Ioan Vieru,  nato nel 1962, una tra le voce poetiche più interessanti di questi ultimi anni, sono state pubblicate a cura di Angela Tarantino, che è nata ad Avellino e insegna lingua e letteratura rumena presso l’ Università di Firenze.

Il libro di Ioan Vieru, edito nel 2003 da Pagliai Polistampa di Firenze e curato dalla professoressa Tarantino, si intitola “Luce nella stanza dell’ospite” e accompagna la traduzione in italiano con il testo originale (il lettore può scoprire le affinità tra le due lingue!).

“Per motivi biografici –scrive la professoressa Tarantino nell’introduzione del volume- Ioan Vieru ha vissuto l’esperienza di scrivere in un periodo di passaggio: il suo debutto si colloca immediatamente dopo la caduta del regime comunista, di conseguenza la sua opera non ha vissuto l’affronto della censura, è testimonianza di una espressione libera da costrizioni esterne. Nondimeno la sua poesia non si sottrae al confronto con il dato storico: in molti passaggi, si legge l’amarezza e la delusione per il tempo in cui si vive, lo sperdimento provocato dal mancato riconoscersi nella comune esperienza di un gruppo di compagni solidali”.

Scrive ancora Angela Tarantino: “Malgrado l’appello alla storia attuale, Vieru si allontana dalle norme estetiche prescritte dal canone poetico contemporaneo, fondato sul realismo espressivo, sull’immediatezza e sulla trasparenza linguistica. La sua poesia sembra appartenere ad un’altra epoca letteraria, sembra recuperare e riattualizzare l’esperienza della grande tradizione estetica del periodo interbellico.

La scrittura è ermetica, impenetrabile, difficile da svolgere in un’altra lingua: gli oggetti concreti che la compongono sono impastati in una sintassi a volte misteriosa, i nessi logici sono scardinati e ricomposti in un ordine assolutamente originale. Gli elementi lessicali usuali, pur appartenendo al mondo fisico, al vissuto quotidiano, familiare –la sabbia, la conchiglia, i bagagli, il viaggio, il sogno – sono intessuti in una trama di associazioni di cui talvolta è difficile trovare il filo. Di fatto, non è poesia di oggetti concreti, materiali, ma delle tracce, del ricordo che questi hanno lasciato”.

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