Dal campo largo non si può prescindere, sottolineano i rappresentanti della coalizione Per Avellino, che riunisce Avs, Controvento e SiPuò, durante l’incontro convocato al Circolo della Stampa per presentare il manifesto sulla sanità, “Un’agenda irpina per la prevenzione, l’assistenza e la cura nella provincia fragile”. L’obiettivo è mettere sul tavolo temi su cui ragionare insieme al resto del campo progressista in vista della composizione di una coalizione di centrosinistra. Al momento manca il Pd, mentre i 5 Stelle si dicono pronti.
Generoso Picone, presidente di Controvento, commenta: “Accogliamo la nota dei 5 Stelle con fiducia. Da tempo stiamo dicendo che i rapporti politici erano fermi al 5 luglio 2024. Ora, auspichiamo un confronto che non si limiti alla ricerca di un candidato sindaco, ma che si fondi su contenuti concreti e su un programma elaborato”.
Un confronto che, secondo Picone, non può più essere rinviato: “La città ha bisogno di essere governata, di un’idea e di un pensiero che parta da un’elaborazione critica di ciò che è stato, anche autocritica, rispetto al programma elettorale delle scorse elezioni”.
Amalio Santoro, esponente di SiPuò, sottolinea: “Proviamo a ricostruire una coalizione di qualità, che metta al centro temi come la sanità, ormai punto di rottura per la provincia. Non possiamo più accontentarci della politica dei due tempi. La sanità è già da tempo un problema urgente. I cittadini sono costretti a pagare quasi tutte le prestazioni, e questo non è più accettabile”. E, sempre sul tema della sanità, aggiunge: “I distretti sanitari, i servizi di emergenza, i medici di base: sono tutte questioni che devono trovare una risposta immediata. La provincia ha bisogno di un centrosinistra che affronti davvero i problemi delle persone”.
Nel manifesto viene infine annunciata un’assemblea pubblica che si terrà il 18 febbraio.
“Un’agenda irpina per la prevenzione, l’assistenza e la cura nella provincia fragile”
A sei anni di distanza dalla grave emergenza provocata dalla pandemia da Covid-19, l’impressione è che la provincia di Avellino non abbia imparato la lezione dettata da un evento certamente straordinario, ma che aveva comunque posto in drammatica evidenza i limiti e le contraddizioni del sistema sanitario. Eppure l’Irpinia, come tutte le aree interne d’Italia, continua a presentare una struttura fragile: per la sua disposizione geografica, per l’anagrafe dei suoi abitanti, per le condizioni complessive di debolezza che il corso della storia ha prodotto nella sua architettura amministrativa e istituzionale.
Tutto ciò avrebbe dovuto imporre un cambio di passo, se non un vero salto di qualità, nell’organizzazione e nella gestione del servizio. Invece, ben presto, le giornate, le settimane e i mesi segnati dal dramma della pandemia sembrano essere stati rimossi, diventando pagine di un album di accadimenti lontani, esattamente come era avvenuto con l’esperienza catastrofica del terremoto del 23 novembre 1980. Salvo poi accorgersi che il problema esiste e che, nella disattenzione di chi avrebbe dovuto affrontarlo, si è avvitato su se stesso, causando ulteriori disfunzioni, gravi inadempienze ed episodi drammatici che riempiono la cronaca, alimentano la rabbia e impongono l’urgenza di una vertenza salute che investe i diritti dei cittadini e le esigenze dei lavoratori.
Ecco perché, se c’è una questione che in Irpinia oggi si impone come priorità assoluta, è quella della cura alla persona. La sua soluzione costituisce la pietra fondativa su cui elaborare qualsiasi strategia di rinascita e sviluppo: innerva il rapporto tra cittadini e istituzioni pubbliche e rappresenta l’asse portante della vita democratica.
Da questa consapevolezza occorre partire e consegnare al governo regionale un’agenda irpina per la prevenzione, l’assistenza e la cura.
• Il Servizio sanitario nazionale nasce da una visione politica chiara, elaborata nel 1977 e approvata nel 1978 dopo un lungo dibattito parlamentare. In quel passaggio storico matura una delle più alte riforme sociali della Repubblica, capace di coniugare universalità delle cure e uguaglianza dei diritti. Oggi quel modello è sotto pressione. La legge 502 del 1992 ha segnato un punto di svolta nella storia della sanità italiana, dando avvio alla seconda riforma del sistema nazionale. Con l’introduzione dell’aziendalizzazione delle strutture e la crescente regionalizzazione del servizio pubblico, il modello assistenziale ha assunto una nuova configurazione, più vicina alla logica gestionale e finanziaria delle imprese. La persistenza di una mentalità aziendale, però, continua a considerare la salute dei cittadini come un costo e non come un investimento. Per riequilibrare questo rapporto, da una provincia delle aree interne come l’Irpinia, occorre intervenire sulla relazione tra pubblico e privato, che può tornare a essere virtuosa solo quando sarà la parte pubblica, in maniera netta, inequivocabile e trasparente, a stabilire indirizzi e scelte complessive. Il circuito da costruire deve vedere l’Asl nella funzione di lettura del territorio e di committente, l’Azienda ospedaliera nel ruolo di erogatrice dei servizi e nuovamente l’Asl nella funzione di controllo.
• Entro il 2026 dovrebbero sorgere e funzionare in Irpinia dieci Case della Salute e tre Ospedali di Comunità: sono le risposte concrete che, con i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, si è inteso offrire dopo l’emergenza della pandemia del 2020. La filosofia adottata è stata quella della ricomposizione, e in molti casi della creazione, di un tessuto di prevenzione, assistenza e cura su scala territoriale. Nella provincia di Avellino, al di là degli annunci, il processo è ancora fermo a una fase sostanzialmente progettuale. Si celebra la medicina territoriale, ma non si vede un solo infermiere di comunità. Il rischio concreto è che anche questa diventi un’occasione perduta, a causa della mancanza di personale adeguato e di un’organizzazione efficace, che limita la capacità di rispondere ai bisogni della popolazione nonostante investimenti e tecnologie disponibili.
• In questo scenario l’ospedale appare l’unico presidio della cura sul territorio, trasformandosi in un imbuto stretto in cui ogni paziente cerca accoglienza. Le vicende del Pronto soccorso dell’Azienda ospedaliera “Moscati” di Avellino non sono altro che il risultato di questa situazione convulsa. Affrontarle esclusivamente con provvedimenti di carattere logistico non avvicina alla soluzione di un problema di natura generale. Le cause vanno ricercate nel depotenziamento del servizio di emergenza, nell’assenza del medico sulle ambulanze, nella crisi delle guardie mediche e nel ruolo indebolito dei medici di base.
• All’Azienda ospedaliera “Moscati” va riconosciuta una posizione centrale all’interno di una rete di presenze strutturate con cui stabilire relazioni e integrazioni. L’organizzazione ospedaliera va adattata al progresso tecnologico e alle conseguenti trasformazioni dell’offerta di prestazioni. In questo senso il “Moscati” deve essere inteso come luogo dell’alta e altissima specialità, in cui l’utente possa ricevere prestazioni complesse, legate all’utilizzo di tecnologie avanzate e a un elevato livello di esperienza professionale.
• La funzione dell’Azienda “Moscati” rischia al contrario di snaturarsi, mentre altre strutture, come l’Ospedale “Landolfi” di Solofra, restano sospese in una zona grigia, con progetti mai concretizzati, e il “Bellizzi-Frangipane” di Ariano Irpino e il “Criscuoli-Frieri” di Sant’Angelo dei Lombardi subiscono il peso di una domanda sempre più crescente.
• Medicina territoriale significa riportare all’interno della gestione pubblica servizi oggi completamente appaltati all’esterno. Significa anche irrobustire la rete ambulatoriale, la cui attività è oggi affidata, soprattutto per livelli di complessità medio-alti, agli ospedali, con la conseguente congestione e il fenomeno doloroso delle liste di attesa interminabili, che penalizza soprattutto le classi sociali meno abbienti. Medicina territoriale significa inoltre recuperare il ritardo accumulato dall’Irpinia nell’assistenza psichiatrica e consultoriale, ambiti in cui in passato si erano registrati risultati significativi.
• Le malattie e i disagi si affrontano e si combattono sul territorio, nei luoghi della prevenzione, della presa in carico e dell’assistenza domiciliare. Qui si esercita il governo della salute. In questo quadro appare necessario rivedere il tessuto dei Dipartimenti di prevenzione e dei Distretti sociosanitari, sottraendoli alla burocratizzazione e restituendo loro una funzione reale di raccordo con gli amministratori locali.
• Il ridisegno del servizio sanitario dipende dalla capacità di riorganizzazione del sistema. Gli amministratori locali, cui la legge assegna responsabilità precise in materia sanitaria, sono chiamati ad assumere un ruolo da protagonisti nella tutela degli interessi delle comunità. Spetta a loro rivendicare l’incremento dei posti letto in Irpinia per adeguarli allo standard previsto dal decreto ministeriale 70 del 2015, pari a 3 posti letto ogni 1.000 abitanti, e la conseguente necessità di rafforzare le dotazioni organiche.
• L’attività di prevenzione è un cardine fondamentale. Ciò vale nei luoghi di istruzione e formazione, soprattutto per le giovani generazioni, nella consapevolezza che l’educazione alimentare e ambientale rappresenta il primo livello dell’assistenza e della cura. L’Irpinia registra dati preoccupanti sul fronte dell’inquinamento ambientale e nei luoghi di lavoro. Al tempo stesso esistono centri di ricerca e imprese di eccellenza – Cnr, Crom, Biogem – con cui costruire sinergie per il benessere del territorio.
• Occorre rivisitare la rete delle Residenze sanitarie assistenziali, garantendo controlli pubblici costanti e rigorosi, così come criteri di accreditamento chiari. L’assistenza sociosanitaria passa anche attraverso i Piani di Zona, che troppo spesso restano bloccati per anni, con servizi intermittenti e un’eccessiva esternalizzazione che mostra tutti i suoi limiti, rendendo necessaria una verifica seria e, in alcuni casi, un ritorno alla gestione pubblica.
• L’apertura del Centro per l’autismo di Avellino non può essere ulteriormente rinviata. Non si tratta solo di chiudere una lunga stagione di inadempienze, ma di dotare il territorio di una struttura di grande rilievo, da organizzare e gestire nell’ambito del servizio sanitario pubblico.
• I medici di base costituiscono la prima barriera del sistema sanitario. Oggi, al contrario, si trovano spesso collocati in una terra di mezzo, fornendo risposte prevalentemente amministrative e rinviando all’ospedale le esigenze sanitarie, con gravi ricadute sui Pronto soccorso.
• Rafforzando il loro ruolo e ripensando la Continuità assistenziale – l’ex Guardia medica – sarà possibile valutare modelli come le Unità speciali di continuità assistenziale. Esistono esperienze già consolidate in altre regioni, con poliambulatori operativi per dodici ore al giorno, dotati di personale e tecnologie di base capaci di rispondere ai bisogni immediati. In questi luoghi di cura i medici di base possono tornare a essere la pietra angolare del sistema sanitario.
A cura di Per Avellino – Avs, Controvento e SiPuò.
Il testo rappresenta la sintesi della proposta avanzata nel corso dell’assemblea pubblica svoltasi il 17 gennaio al Circolo della Stampa di Avellino.



