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Così Orlando Marano ha fatto la storia di Pratola e delle terre del Sud

di Crescenzo Fabrizio

Le immagini di giovani di tutta l’Irpinia e provenienti da molte parti della Campania che cantano a squarciagola “Puozzi passa’ p’a Pratala” sono il migliore saluto a chi di un detto popolare che suonava come uno sfottò ne ha fatto un’intuizione capace di radicarsi attraverso un’esplosione di musiche e sapori, voci e colori che per tre giorni animavano il centro di Pratola Serra.
Idealmente, quell’iniziativa nata nel 2009 – che prese proprio il nome di quel detto che sapeva di cattivo augurio – sublimava il percorso artistico dei Pratola folk, la band di cui Orlando era leader e fondatore.
Se per Orlando la musica fosse stata solo hobby e non invece impegno culturale, della sua cinquantennale attività artistica non sarebbe rimasta che qualche strofa divertente (tonnannella tonnannella como la tieni tonna la vonnella, ali otto ali otto e menne e soreta into o cappotto) oppure impegnata (‘o figlio ca mo’ sta a spasso co’ o diploma incorniciato, compari e comparielli stanno sempre accucchiati ‘a capo ra inta a cupella non a vonno mai levà) insieme a note piacevoli da canticchiare.
Invece no.

Invece Orlando Marano, con i Pratola folk, ha fatto la storia: di Pratola Serra e delle voci e delle terre del Sud, come recitava il primo album del gruppo, pubblicato dalla RCA.
Chi ha fatto la storia non va ricordato con le parole di chi lo ha conosciuto e apprezzato, perché chi ha fatto la storia – chi è stato capace di far cantare e ballare a migliaia di persone quella sorta di insulto e di minaccia, trasformandolo in un inno identitario – va ricordato con le sue stesse parole.

Ho avuto il privilegio di scrivere diversi articoli – per il Mattino e per il Corriere dell’Irpinia – sui Pratola folk e sull’evento “Puozzi passa’ p’a Pratala”, raccogliendo in più occasioni il pensiero di Orlando sulla musica popolare e sulla cultura rurale. Allora voglio riportare qui le parole che mi consegnò oltre dieci anni fa per un articolo del Mattino; parole che parlano dell’importanza delle parole: «Alcune parole rischiano di perdersi, e le canzoni possono contribuire alla loro conservazione».
Ma le canzoni non sono fatte solo di parole: affinché queste restino hanno bisogno di ritmi, melodie, accordi, arrangiamenti.
Orlando era un cultore di quest’arte, non un improvvisatore.
Sempre in quell’intervista, a proposito della musica, aggiunse: «La musica deve penetrare nell’anima del pubblico come una vite parker, perché è la musica il tema dominante della nostra rassegna».
Attraverso le canzoni, Orlando voleva raccontare la storia della gente del Sud, ma anche creare una sorta di luogo dell’anima.
Lo spiegò bene in occasione, non più tardi di un anno e mezzo fa, della pubblicazione dell’ultimo disco dei Pratola folk, “‘A storia è tornata”. Anche in questo caso, il direttore del Mattino mi chiese di scrivere un articolo, per il quale parlai a lungo con Orlando, scoprendo nella sua dedizione alla musica una cura quasi maniacale, una ricerca continua che tendeva alla perfezione del suono.
Non potevo capire il senso tecnico di quanto mi diceva, e quindi da cronista mi limitai a riportare fedelmente le sue parole: «La nostra transizione ecologica: suonare, cantare la nostra musica accordando gli strumenti con la frequenza 432Hz; 432 Hz nasce da una naturale risonanza con le frequenze alla base del nostro organismo e dell’universo. La musica regolata su 432 Hz si propaga nel corpo e nella natura, donando energia e senso di pace, oltre a dare al suono un carattere più chiaro e caldo».

Chi fa davvero la Storia , quando scompare, non viene ricordato soltanto nel suo paese.
Antonio Polidoro è un docente di musica in pensione che ha insegnato anche a Pratola. Appresa la notizia, ha voluto consegnarmi questo suo pensiero su Orlando, affinché lo diffondessi: «L’Irpinia perde una gran bella figura di professionista, di brillante operatore della musica , antesignano della ricerca etnomusicologica tradotta nella concretezza di smaglianti interpretazioni con lo storico gruppo dei “Pratola Folk”. Straordinaria “natura musicale” , era un magnifico polistrumentista.
Diverse incisioni discografiche attestano una ricerca seria e un affettuoso radicamento sul territorio.
Una grande perdita per la sua splendida famiglia. Riposi in Pace con la coscienza adamantina di un generoso servitore della musica oltre che di un marito e padre esemplare».

Resta poco da aggiungere, se non che nella consapevolezza del grave impoverimento del nostro paese sul piano culturale e del patrimonio di competenze e disponibilità organizzativa, resta la certezza che i figli Armando e Achille, tra non molto tempo insieme agli amati nipotini Chiara, Orlando e Armando, continueranno quel grande percorso umano, artistico e culturale che sono stati e sono i Pratola Folk.
In attesa del ritorno, nel nome di Orlando, di “Puozzi passa’ p’a Pratala”.
Sommessamente, mi sento di immaginare che quanto prima, la sensibilità dei pratolani e di chi li rappresenta consenta di intitolare a Orlando Marano l’auditorium (Ex Eca) che lui stesso progettò un quarto di secolo fa.
Sono certo che San Giovanni Paolo II, al quale sono dedicate chiese, stazioni, aeroporti, piazze e strade in tutto il mondo, non se ne avrà a male e anzi – lui amante dell’arte – chiederà a Orlando di suonare, cantare e ballare insieme a lui, lassù in paradiso, la Montemaranese o un inno a Mamma Sachiavona.

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