Che cosa consegna questa campagna elettorale per la elezione del sindaco di Avellino e del consiglio comunale della città capoluogo?
Molte cose scontate, altre interessanti, e tanti altri problemi elusi.
Era scontato che i candidati a sindaco, per i ritardi in cui si è definita la loro candidatura, siano giunti all’appuntamento elettorale senza un programma definito per cui si sono dovuti affidare a quelle emergenze che sono sotto gli occhi di tutti: strade dissestate, completamento opere pubbliche, una nuova politica per i quartieri, qualche spicciolo per la cultura e attenzione per i problemi della quotidianità.
Qualcuno tra i candidati ha cercato di volare alto, dichiarando di battersi, se eletto, per il ripristino di Avellino nel ruolo di capoluogo dell’intera provincia.
Chi più, chi meno, tutti si sono destreggiati su questi temi ripetendo le stesse cose.
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Ci sono degli argomenti elusi e neanche accennati. Il primo: la composizione del governo della città. E’ un metodo oramai affermato in molti Comuni italiani. La composizione della giunta.
Scegliere in base a merito e competenza coloro che andranno ad affiancare il sindaco eletto, significa consentire al cittadino un controllo democratico sulla gestione dell’ente. Si evita così uno dei mali antichi del “solo uomo al comando” con tutte le conseguenze che questo comporta. E allora perché non rendere nota, prima del voto, la scelta dei futuri governanti e consentire al cittadino di orientare la propria scelta con riferimento alla struttura di chi amministrerà la città? Fino ad ora la campagna elettorale si è modulata sull’IO, mentre ci sarebbe ancora del tempo per passare al NOI.
Indubbiamente si tratterebbe di una scelta coraggiosa da parte di chi sarà primo cittadino, scelta che peraltro lo salverebbe dai ricatti sempre in agguato di chi, “portatore di voti” chiede di essere risarcito con un incarico. Non solo. Consentirebbe di perseguire e rafforzare i valori della della democrazia e della partecipazione.
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Se il tema dei giovani costretti ad emigrare per mancanza di lavoro ha fatto registrare non più di un balbettio da parte dei candidati che si sono limitati a denunciare senza proporre, enorme silenzio avvolto la povertà che è forse l’emergenza umana tra le più evidenti nella città. Il vescovo don Arturo Aiello ha più volte lanciato l’allarme ed egli stesso, attraverso le istituzioni di beneficenza, si è prodigato affinché i gravi danni sociali derivati dalle povertà siano presi in massima considerazione e le soluzioni siano trovate con decisione e fermezza. D’altro canto, se si considera che il piano di zona (servizi sociali) è stato utile solo a qualche sindaco per infilare parenti o figure senza alcuna professionalità, o ancora sia diventato oggetto di scontro tra amministratori in lotta per accaparrarsi presidenze o incarichi ben retribuiti, ci si rende conto del tradimento consumato nei confronti dei cittadini da parte di chi si oppone alle allegre gestioni di questi strumenti il cui compito principale è garantire condizioni dignitose ai minori per favorirne la crescita senza deprivazioni, dare assistenza ai disabili, a portare avanti la lotta contro droga e alcolismo, affrontare le fragilità degli anziani, considerato che sono sempre più in aumento coloro che hanno bisogno di cure.
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C’è infine una questione che non è stata mai affrontata dai candidati a sindaco: la legalità. Posso anche capire l’imbarazzo di chi avendo governato la città preferisce ignorare l’argomento. Ma questo silenzio è davvero osceno. Pensare che nella città è possibile che agiscano gruppi criminali che inquinano il bene comune e non considerarlo un problema è la radice del male che bisognerebbe combattere con una azione di bonifica morale, capace di restituire alla comunità proprio quel bene comune che oggi si è smarrito.



