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La Visitazione di Giotto e il cantico del Magnificat

di Virgilio Iandiorio

Il mio amico e collega Ciro Gravier, che abita a Velletri, ha commentato l’articolo Nuove Indicazioni Nazionali, se i Promessi Sposi non sono più di moda e a vincere sono i pregiudizi pubblicato  il 29 Aprile 2026 dal Corriere online, inviandomi la sua traduzione di un recente post messo in rete lo scorso mese di aprile  da Dominique de Villepin,  sul suo profilo LinkedIn e YouTube. Dominique de Villepin, scrittore e politico nato nel 1953, è stato Primo Ministro francese dal 2005 al 2007, in questo suo post ha esposto una riflessione politica sul dipinto “La Visitazione” di Giotto (Cappella degli Scrovegni di Padova) in rapporto con il cantico del Magnificat.

Dice Dominique de Villepin:” Voglio parlarvi di un quadro che è un invito al canto: “La Visitazione” di Giotto, che non ha perduto nulla della sua forza e ci invita sulla strada del Magnificat. Qui il dipinto pensa, ci chiama. Prega, ci afferra col suo ritegno e la sua gravità. Una giovane donna, Maria, senza potere, senza titolo, senza altra protezione se non la sua fede, si reca in visita a Elisabetta. Due donne, due corpi, due attese, due vite modeste”.

L’evangelista Luca riporta l’espressione che profferisce  Maria nel salutare Elisabetta: L’anima mia magnifica il Signore. E tutto il testo, con le parole di Maria, è stato successivamente chiamato il Magnificat.

“il Magnificat -dice Dominique de Villepin– è in primo luogo un testo di sovranità interiore che afferma che la dignità non dipende da quello che il mondo concede, ma nasce da una verticalità intima, da una fedeltà, da una fiducia che non si confonde con l’ingenuità…Esso osa dire che il mondo così com’è non è non è quello che deve essere; osa dire che la forza non ha l’ultima parola, che ciò che appare come potenza non è la giustizia. E lo dice senza odio, senza vendetta, ma con una nettezza tagliente. “Rovescia i potenti dai loro troni ed innalza gli umili”.

Ecco la frase che brucia, la frase che interpella: si vuole una parola che consola l’ordine o una parola che inquieta la coscienza? Non perché invoca la violenza, ma perché rivela un principio: la dominazione non è una fatalità e l’umiltà non è una vergogna. Quello che noi chiamiamo ordine, quando schiaccia è già un disordine morale. E questa logica va più in là:” Colma di beni gli affamati, rimanda i ricchi con le mani vuote”. Anche qui, non si tratta di una morale dei risentimenti, si tratta di una messa in guardia contro l’illusione più pericolosa: credere che l’accumulo vale come una giustifica, credere che riuscire dispensa dalla responsabilità. Il Magnificat ricorda che la grandezza di una società si misura su quello che essa fa per i più vulnerabili. Questo canto ha quindi una durezza, ma una durezza giusta. Non lusinga, non accarezza il potere nel senso del pelo, non santifica l’ordine, ma santifica la dignità e ricorda che la storia non è soltanto la cronaca degli imperi, ma è anche la memoria degli umiliati, di quelli che non hanno voce, di quelli che stanno nell’ombra. Ed è esattamente per questo che il Magnificat ha sempre turbato quelli che vogliono una religione ridotta all’ordine, una fede trasformata in semplice cemento politico.

Charles Maurras (1868-1952), nella sua logica di un cattolicesimo ridotto ad una istituzione, ha sognato di spurgare questo canto da ciò che egli chiamava il suo “veleno”. Questa parola lo esprime bene, essa rivela la tentazione di neutralizzare ciò che urta, di cancellare a parte di ribaltamento per conservare solo qualche termine di stabilità, in altre parole: fare della religione una grammatica di ubbidienza e non una scuola di coscienza. Orbene, il Magnificat resiste a ciò, rifiuta di essere addomesticato, ricorda nel cuore stesso del sacro che l’ordine ha valore solo se protegge, che il potere è legittimo solo se è al servizio, e che un testo che perde la sua capacità di turbare perde spesso la sua capacità di salvare”.

Il mio amico Ciro Gravier avrebbe potuto parlare, e a lungo, de I Promessi Sposi, che mi diceva d aver letto il romanzo tante volte quanti  sono i suoi capitoli, cioè 38 volte; invece mi ha sottoposto alla riflessione questo discorso di un nostro contemporaneo su di un testo di due millenni fa, come a dire: è attuale il Magnificat o le elucubrazioni dei potenti dei giorni nostri? Non c’è bisogno di affidare ai posteri “l’ardua sentenza” o a qualche commissione ministeriale la decisione di cancellare le opere di grandi autori, solo perché appartengono al passato

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