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La cultura arma contro l’ignoranza 

Lo hanno letto in tutti gli stadi italiani, un brano del Diario di Anna Frank prima dell’inizio delle partite di calcio. Un modo per scendere in campo contro l’antisemitismo dopo l’increscioso episodio degli ultrà della Lazio che hanno attaccato a vetrine, seggiolini, pareti e corrimano dello stadio Olimpico piccoli adesivi con il volto di Anna Frank con la maglia della Roma. Una vergogna che ha infangato la memoria di milioni di vittime dell’olocausto. Una vergogna figlia soprattutto dell’ignoranza del nostro tempo.

Come ha scritto il direttore di Repubblica Mario Calabresi “l’idea che l’immagine di Anna Frank possa essere utilizzata per insultare qualcuno è talmente arretrata e grottesca da squalificare per sempre chi l’ha pensata. Quel volto è nei cuori di ogni studente che abbia letto il suo Diario e l’abbia avuta come ideale compagna di banco: quella ragazzina ci ha raccontato non la sua morte ma la vita, i sogni, le speranze, il futuro sebbene si trovasse nel cuore della notte dell’umanità. Grazie a lei generazioni hanno compreso cosa è stato il nazismo, cosa abbia significato vivere nascosti, essere deportati e morire in un campo di sterminio”.

Con le parole ma soprattutto con le immagini un grande attore e regista come Roberto Benigni ha raccontato l’orrore dei campi di sterminio nel film capolavoro “La Vita è bella” realizzato insieme a Vincenzo Cerami. Io e Cerami – ricorda lo stesso Benigni – volevamo mettere il corpo di un comico in una situazione estrema, un campo di concentramento. Wojtyla lo volle vedere immediatamente e Benigni fu costretto a volare dall’America all’Italia per la proiezione in Vaticano. Ricordo che all’arrivo di Giovanni Paolo II, in pantofole, tutti si inchinarono, sembrava che facessero una specie di ola. Alla fine della proiezione il Pontefice mi abbracciò e si commosse. Il Presidente della Lazio Lotito ha detto che porterà i ragazzi ad Auschwitz, iniziativa lodevole ma tutti dovrebbero vedere e capire cosa è stata quella tragedia attraverso la leggerezza e la bellezza del film di Benigni che unisce grazia, furia omicida e poesia.

Del resto diceva di lui Federico Fellini che Benigni, che per inciso domani compie 65 anni, ha il fascino dei personaggi delle fiabe. E Benigni è veramente un attore che piace ai grandi e fa ridere i più piccoli. Le sue smorfie, le sue battute e il suo muoversi come un burattino. Non a caso ha interpretato anche “Pinocchio” . E’ lui stesso a raccontare che l’amore per il cinema scoppia quando vede “La febbre dell’oro” di Charlie Chaplin. E’ una visione che mi ha cambiato – dice Benigni – che ricorda di essere uscito dal cinema frastornato. Saper ridere di sé per far ridere gli altri. E nel cinquantenario della morte di Totò è proprio al Principe che Benigni rende omaggio descrivendolo con “quella sua faccia da angelo pazzo, da bambino centenario dietro alla quale c’erano tutti i morti di fame di Napoli, perché se non c’è la morte, se non c’è il dolore, neanche la comicità funziona”. E in queste sue parole c’è il richiamo all’incontro con Troisi, alla “bellezza e della difficoltà di fare cinema, del cinema come sogno, perché quando il buio va giù e inizia il film è come quando chiudiamo gli occhi prima di addormentarci e prendono il sopravvento l’inconscio, i sogni”.

La poesia di Benigni per comprendere ancora di più che solo con la cultura si può uscire dall’ignoranza e dalla deriva degli estremisti delle nostre curve che non sono solo calcistiche. Una parte della nostra società sta diventando razzista e xenofoba e questo è un piano che dobbiamo rovesciare perché come direbbe Benigni “La vita è bella”.

di Andrea Covotta edito dal Quotidiano del Sud

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