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Giacomo Del Mauro, quella luce che non ha mai smesso di brillare

Vera Mocella

La giovinezza porta con sé un’aura quasi di onnipotenza, la sensazione di essere immortali e che i nostri sogni più audaci si realizzeranno senza ostacoli, senza intralci: orizzonti infiniti si aprono davanti a i nostri occhi, tutto sembra possibile,  viviamo nell’illusione che niente potrà intralciare il nostro cammino. Invece, a volte, il reticolato dei sogni si sfilaccia, si rompe, creando nuove prospettive e nuovi orizzonti. La storia raccontata nel libro di Federico Renzulli, presentato ieri sera al Circolo della Stampa di Avellino, dal titolo “Un tuffo – di me, di Giacomo, dell’Inicam” edito da Youcanprint 2026,  è la storia di Giacomo Del Mauro, atleta avellinese dal promettente avvenire, che un drammatico incidente in mare incrinerà del tutto, ma è soprattutto la narrazione intensa di come Giacomo abbia saputo essere un “allenatore” di sentimenti e di vita, per tutti coloro che lo hanno conosciuto ed amato, e per quelli che lo conosceranno attraverso questo libro, di come la forza dello spirito possa essere più forte e più potente di quella fisica, di come l’amore possa aprire nuove strade, pur nella difficoltà e nella sofferenza, rilucendo, per questo motivo, ancor più intenso e più vero. A moderare l’incontro, il giornalista Rino Genovese, parte integrante del gruppo di amici che gravitava intorno al giovane atleta, testimone di una stagione alta dello sport avellinese.

Giacomo Del Mauro è stato giocatore di Pallamano, vicecampione (argento) nel 1978 ai Giochi della Gioventù, nominato sportivo dell’anno della Provincia di Avellino, ha portato la squadra di pallamano di Avellino dalla Serie D alla Serie C, ed è stato convocato nella nazionale Giovanile juniores. Purtroppo, nel 1978, all’alba dei suoi diciotto anni, a causa di un tragico tuffo in mare, ha subito la frattura delle vertebre cervicali che lo ha costretto sulla sedia a rotelle. Nonostante la paralisi, nel 1980 ha conseguito il brevetto di allenatore, ed ha guidato la squadra locale alla promozione in serie B.  Il Palazzetto dello sport della città di Avellino è intitolato alla sua memoria. Giacomo, a soli 27 anni, nell’aprile del 1987, è scomparso.

«Il mio libro nasce da una triste constatazione, che di Giacomo,  giovane atleta  a cui è stato intitolato  il “Palazzetto dello sport” di Avellino, si ricorda poco o nulla  in città – stigmatizza Renzulli – né è possibile recuperare maggiori informazioni in rete, dove, ad eccezione di  poche righe su Wikipedia, si trovano solo pochi articoli, scritti in occasione di lontane manifestazioni in ricordo dell’amico scomparso. L’idea iniziale di scrivere un articolo, in ricordo di Giacomo, per raccontare esperienze molto personali, esperienze di vita fortemente e estremamente formative, pur nella loro drammaticità, si è lentamente trasformata in altro. Il flusso dei ricordi mi ha portato a scrivere tutto, anche ricordi molto personali, di un evento drammatico che ha cambiato per sempre molte vite. È così ho iniziato un percorso per molti versi liberatorio, raccontando l’incidente, i momenti immediatamente successivi, l’approccio alla nuova vita di Giacomo e il modo concreto con cui la famiglia e gli amici hanno scelto di gestire la sua grave disabilità.»

«Un tuffo in mare, lontani dalla riva, la superficie dell’acqua che ritorna liscia. Io resto in attesa, qualcosa dovrei pur percepire: un riflesso, un’increspatura, un movimento. Tommaso si è tuffato per prima, è entrato in acqua in acqua in diagonale. Senza problemi. Io sono stato il secondo, ho sfruttato la spinta verso l’alto per raggomitolarmi e entrare in acqua raggruppato,  con velocità tale da battere con forza il fondale col sedere. Stupito, sono riemerso immediatamente: “Giacomo, ho urtato il fondale, forse dobbiamo spostarci….”. “Federì, non ti preoccupare, faccio questo tuffo e torniamo in spiaggia!” Esegui il tuffo in avanti, sfruttando al massimo la forza delle nostre mani. Raggiunto il vertice della traiettoria, grazie alle sue doti da ginnasta, ti raddrizzi in aria ed entri perfettamente perpendicolare in acqua. E’ nostra consuetudine fermarci qualche secondo in immersione, dopo ogni tuffo. …»

Come ha sottolineato anche Genovese, questo libro è un gesto fortemente catartico, liberatorio, nel racconto accorato ed intenso, di una vicenda umana che ha toccato nel profondo l’autore, ma che nel concretizzarsi in parola scritta, scioglie i nodi dolorosi dei sensi di colpa, riportando l’episodio al suo dato oggettivo, e restituendo, intatta, l’immagine di un uomo coraggioso e forte, capace di incoraggiare e di guidare i suoi amici, nel difficile percorso della vita.

«“rivedo i tuoi riccioli castani affiorare. Li vedo muoversi sull’acqua, al ritmo delle onde…” E’ una bella giornata, luminosa, dal mare mi raggiunge una brezza, un brivido attraversa il mio corpo. Sono alla postazione telefonica, in piedi. Inserisco i gettoni nell’apparecchio, per poi scaricarli immediatamente, e allontanarmi di qualche passo. Provo ancora. solo al terzo tentativo riesco a comporre il numero di casa Del Mauro….Alle mie parole, dopo un momento di glaciale silenzio, io percepisco il timore che assale il mio interlocutore, la voce si incrina, il tono cresce, il suono diventa stridulo, cupo: “Cosa è successo? Come sta Giacomo?  Sono le domande cui sapevo di dover dare una risposta, quelle che ho tanto temuto. Mi sento come se dall’altro capo del telefono ci sia mio padre, ho un vuoto nello stomaco, rispondo di getto, per paura di non riuscire a continuare. “Giacomo, ieri pomeriggio ha avuto un incidente in mare, ora è ricoverato in ospedale, a Foggia!” L’urlo che mi raggiunge attraverso la cornetta è straziante, profondo, animalesco; sembra non poter finire, si spegne in un lamento, con un’ultima domanda, portata con voce rotta: “Lo sapevo! Dov’è ora?”»

Come ha sottolineato Genovese: «La vicenda di Giacomo Del mauro è la vicenda di una stagione avellinese eroica, si parla di un momento in cui non c’erano palestre per esercitarci, noi ci allenavamo sull’asfalto, sotto la pioggia, con la neve. Chiunque abbia fatto la pallavolo in quel periodo, io lo considero un vero atleta, per le difficoltà che ha dovuto affrontare, prima che scendesse in campo la Poligrafica Ruggiero, con la sponsorizzazione che permise di strutturare una squadra degna di questo nome, anche da un punto di vista finanziario. C’è stata una solidarietà immensa da parte della città di Avellino, che cercava di aiutare noi ragazzi».  Tanti gli amici, tutti commossi, che hanno dato vita ad un incontro che è stato un viaggio nella storia di Avellino, passando anche per la ferita del sisma dell’ottanta, in una girandola di ricordi in cui lo sport non è solo passione, ma anche solidarietà ed amicizia. Alla presentazione era presente Giuseppe Saviano, delegato provinciale del Coni, che ha anche sottolineato il legame profondo che sussiste tra lo sport, la memoria e la comunità in cui la stessa attività sportiva si esercita, ribadendo come anche un impianto sportivo intitolato ad un atleta, possa diventare anche un luogo concreto, fisico, in cui si tramanda la storia di una città.  Come ha ribadito l’autore: « Quando Giacomo è tornato, il gruppo di ragazzi che con lui condivideva gli allenamenti e le partite del nostro sport ha deciso che doveva far di tutto per mantenere viva la fiammella e il rapporto con fra noi. E Giacomo, nonostante la disabilità, che all’epoca si viveva anche in modo diverso, ha reinterpretato il suo ruolo. È stato il nostro allenatore, abbiamo seguito i suoi consigli e le sue impostazioni. Siamo tornati in Serie B proprio sotto la sua guida».

«A qualsiasi ora del giorno e fino a tarda sera, Casa Del Mauro è meta di un ininterrotto andirivieni di persone della più varia umanità ed estrazione sociale, I parenti, i compagni di squadra e di classe, i ragazzi della ginnastica e dell’atletica, i professori, i tanti amici della famiglia, e ancora….ancora….ancora….L’afflusso è così continuo, che si crea una sorta di muta autoregolamentazione, i primi arrivati salutano all’ingresso dei nuovi visitatori, allo scopo di consentire a tutti un momento di vicinanza con l’amico ritornato. In questi primi giorni tutti, ciascuno con la propria parte, realizzano una più concreta presa di coscienza di quanto è accaduto e di quello che sarà. …Lui è disteso lì, nel lettino attrezzato a destra della soglia: al mio saluto, si volge verso di me e, per qualche attimo, i numerosi parenti e amici scompaiono dalla mia vista. Nella gioiosa confusione che regna nella stanza, i nostri sguardi si  incrociano, vedo i suoi occhi brillare, l’espressione intensa, determinata. Da questo momento, e per molti anni a venire, per me, per i nostri compagni di squadra, per le tante persone che vorranno testimoniargli la loro vicinanza, questi incontri diverranno quotidiani….A casa Del Mauro la camera di Giacomo diventa cosi crocevia di contatti, esperienze, amicizie, amori. Lui, sostenuto dalla onnipresente figura del più giovane fratello Mauro, in virtù di un carattere forte, ma gentile, ironico, a volte caustico, e di un’ampia cultura personale, per tanti di noi si trasformerà, di volta in volta, in confessore, psicologo, fonte di ispirazione, allenatore».

 

Presente all’incontro dedicato al ginnasta irpino, anche il presidente delle Acli di Avellino, Alfredo Cucciniello, che tanto ha contribuito al rifiorire della squadra ed il cui sostegno è stato vitale: «Giacomo ha condizionato fortemente la storia della pallavolo di Avellino, sono stato due volte a casa di Giacomo a chiedergli di fare l’allenatore. All’epoca, era difficile per noi poter fare da sponsor alla squadra, avevamo una fotocopiatrice e poco altro. Ma il problema è un altro: non c’è stata una vera e propria sollevazione di scudi quando c’è stata la riattivazione  del Palazzetto dello sport. Ricordo che noi abbiamo ospitato anche una partita nazionale. La storia di oggi ci dimostra che tornano processi ed ideologie di ottanta anni fa, se ritornano le cose brutte perché non dovrebbero ritornare anche quelle belle? » E poi ancora, tasselli di vita che si incastrano nella voce rotta dall’emozione di chi ha conosciuto il giovane ginnasta, riannodando ricordi. Come ha ricordato l’amico Franco Mazza: «A Giacomo non avrebbe fatto piacere tutta questa rievocazione, era molto ironico. Ricordo quando andai a trovarlo a Foggia, fu un incontro drammatico, per le sue condizioni di salute, ma a tratti, anche divertente, per la sua capacità di esercitare l’ironia anche in questa circostanza». Mentre Rocco Fusco, uno tra gli amici più intimi, ha affermato: «Noi eravamo il corpo, lui la mente, il suo ricordo è sempre vivo dentro di me e non si estinguerà mai. Mi ha insegnato a non tirarmi indietro mai, anche quando la situazione lo richiederebbe»

 

«Nella tarda mattinata di quel martedì, 28 aprile 1987, il centralino mi passa una telefonata. Io, senza interrompere il lavoro, porto all’orecchio la cornetta del telefono: una voce strozzata dall’altro capo del filo mi dice “Non c’è più”, “Giacomo non c’è più”. Mi fermo, guardo stupito il telefono per qualche secondo, riattacco.

Una storia, quella di Giacomo Del Mauro, che attraversa diverse generazioni, con la luminosità e la bellezza di una meteora, il cui ricordo, nonostante la sua apparizione fugace, rimane impresso nella memoria di chi ha la fortuna di guardarla.

 

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