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Come ogni anno, in piena estate, la Svimez consegna agli italiani il Rapporto sulle condizioni del Mezzogiorno. E, ritualmente, le prefiche del meridionalismo versano amare lacrime per commentare un altro anno di fallimento delle politiche per il Mezzogiorno. In realtà, sullo stile del pensiero gattopardesco, i dati non accennano minimamente nè ad una possibile avvenuta rivoluziome meridionale, di dorsiana memoria, nè si soffermano sulle ragioni del comatoso respiro del Sud. Certo, non si tratta di un vero copia e incolla, rispetto all’anno precedente, tuttavia prevale la tendenza a descrivere la endemica malattia senza indicare, in linea di massima, la opportuna terapia. Per stare alle ultime rilevazioni della meritoria Associazione Svimez si possono sostanzialmente riassumere alcuni dati che riguardano: lo spopolamento dei comuni meridionali, in particolare dalle zone interne; la fuga dei cervelli con la perdita inesauribile delle risorse umane soprattutto scolarizzate; l’arretratezza dei servizi essenziali per le comunità quali trasporti, sanità e turismo e, infine, tra gli altri, il persistere di una burocrazia, spesso infetta, quasi sempre corrotta. Scusate, ma dove sono le novità? Per chi volesse, come sarebbe giusto fare, esaminare solo gli ultimi decenni della questione cosiddetta meridionale, non sarebbe difficile confrontare mali e proposte che si incamminano nella stessa direzione. All’indomani dell’avvento di Silvio Berlusconi, alla guida del governo del |Paese, di fronte all’allora drammaticità della condizione sociale e di sviluppo del Sud, il Cavaliere di Arcore lanciò la suggestiva sfida con un Piano per il Sud. A conclusione della sua esperienza di governo nulla era cambiato. Neanche la realizzazione di quel Ponte sullo Stretto che pure fece accapigliare le forze politiche. Arriva, molto dopo, Matteo Renzi. Il suo suggestivo “masterplan” si perde tra parole e promesse.

I termini della questione non cambiano: infrastrutture primarie; insediamenti attrattivi per l’occupazione; una rete di centri di ricerca per frenare la fuga dei cervelli; una diversa politica in favore dei settori vocazionali del Mezzogiorno, turismo a agricoltura. Tuttavia anche il “masterplan” naufraga tanto che proprio nel Mezzogiorno il desiderio del cambiamento indossa gli abiti del Movimento Cinque Stelle con una straordinaria novità di un primo approccio riuscito della lega di Salvini. In questo contesto politico si rinnovano le attese, anche se i primi passi appaiono molto confusi e privi di una prospettiva significativa. E’ troppo presto per commentare un percorso appena iniziato, ma che non nasconde una poco silente protesta delle regioni del Nord nei confronti dei pentastellati impegnati per il Mezzogiorno. Incidono, e non poco, le difficoltà delle aumentate crisi meridionali, a cominciare dall’Ilva di Taranto, passando per Bagnoli di Napoli, fino alle miriadi di crisi occupazionali in tutte le regioni del Sud. Forse per questo si spiega il cauto approccio dei nuovi governanti con il rapporto Svimez. Io penso che il primo nemico da stanare per affrontare con piglio nuovo e deciso l’eterna questione del Sud è il popolo dei meridionali. La radice del male – affermavano Dorso, Fortunato, Salvemini, Gramsci, Manlio Rossi Doria, Fiore, Strada, solo per citarne alcuni tra i meridionalisti impegnati, – è nel modo di essere meridionali: rilasciare cambiali in bianco con il potere della delega. Qui è l’inghippo. La delega, in realtà, viene gestita nell’ambito di un circolo vizioso che si dipana tra clientelismo, trasformismo e corruzione. Fuori da questo sistema infetto il Sud è destinato a perdere la sua volontà di riscatto. Il problema si sposta, a mio avviso, sul ruolo della classe dirigente meridionale politica. Essa risente di una arretratezza culturale che si manifesta con la mancanza di autonomia e l’incapacità dei fare rete tra le regioni del Sud. Esercitare, infatti, il potere nell’am – bito del territorio governato è cosa ben diversa dal definire una strategia di sviluppo per aree più vaste. Lo stesso valore della legalità si indebolisce per la frammentarietà degli interventi e la stessa democrazia finisce per correre il rischio di essere soggetta a padrinati malavitosi, molto spesso collegati alla malapolitica. Il malessere, quindi, non dipende dal territorio, ma da chi lo governa. Solo recentemente, su questo giornale, è stato affrontato il problema delle risorse europee e della incapacità progettuale delle amministrazioni locali. Si è rilevato, e la denuncia non è passata inosservata, che solo pochi spiccioli delle ingenti risorse messe a disposizione del Sud sono state utilizzati, mentre la maggior parte rischia di tornare a Bruxelles per essere ridistribuite fra altri paesi europei più virtuosi. Chi sono i responsabili di questo insopportabile comportamento? Forse i governatori della regioni del Nord che hanno già esaurito le risorse disponibili, e nei confronti dei quali in modo talvolta meschino si addossano responsabilità che sono solo e tutte meridionali? No. La radice del male è qui. Lasciamo alle prefiche e agli opportunisti il pianto per un Mezzogiorno tradito. Da ciò discende anche la riflessione che la questione meridionale non è solo problema di risorse disponibili, ma di volontà politica di una classe dirigente che è giacobina nelle sedi del potere e forcaiola nei propri territori. Ci sono alcune condizioni che oggi andrebbero recuperate per addivenire all’alba nuova di un meridionalismo di impegno: la riscoperta di una stagione dei diritti e dei doveri che deve albergare nell’animo di ciascun abitante del Sud; la rivoluzione necessaria nel settore della formazione professionale gestita dalle Regioni che oggi alimentano ancora quei centri che continuano a erogare risorse per corsi di taglio e cucito o interventi a volte finalizzati al voto di scambio, dimenticando che il mondo cambia rapidamente; la battaglia della legalità per rompere gli intrecci maleodoranti che rendono prigioniero il Mezzogiorno e, non ultimo, uno straordinario impegno nella diffusione a rete dei centri eccellenti di ricerca. Solo così potremmo leggere nella prossima estate dal Rapporto Svimez che qualcosa sta cambiando. E l’alba nuova non sarà più un sogno proibito.

Di Gianni Festa, pubblicato su “Il Quotidiano del Sud”.

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