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Anche se il 26 maggio, in Italia come negli altri 27 Paesi dell’Unione si è votato per il rinnovo dell’assemblea parlamentare europea, è chiaro che la sopravvivenza del governo Conte e della stessa XVIII legislatura dipenderà dall’interpretazione che del voto popolare daranno le principali forze politiche e dai nuovi rapporti di forza determinati dal responso delle urne. Il governo italiano non è l’unico a rischio di dissolvimento: per motivi diversi a Londra e a Vienna gli esecutivi traballano se non hanno già gettato la spugna. Il caso italiano è tuttavia ancora una volta peculiare, per motivi interni ma anche per via del suo tribolato rapporto con le istituzioni europee. La lunga campagna elettorale che ha preceduto il voto ha visto l’esaurimento del contratto di governo che aveva tenuto insieme, in equilibrio precario, Lega e Cinque Stelle; e ora pensare di riprendere il cammino come se nulla fosse accaduto sarebbe ipocrita e fallimentare. Eppure, stando ai resoconti di stampa, è ciò che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte avrebbe detto mercoledì al Capo dello Stato: c’è un contratto da finalizzare, un percorso parlamentare da riprendere, una legislatura da completare, il che richiede altri tre anni di lavoro.

Tutto ciò sarebbe plausibile se nel frattempo gli elettori non si fossero pronunciati su un quesito che riguardava sì la composizione della delegazione italiana a Strasburgo, ma anche e soprattutto il ruolo e il peso dei partiti nel governo prima ancora che nel Parlamento nazionale, peraltro non direttamente chiamato in causa in questa tornata. Il responso è stato chiarissimo: per limitarci all’area di governo, la preferenza popolare ha premiato di gran lunga Matteo Salvini e la Lega, mentre ha bocciato sonoramente Luigi Di Maio e i Cinque Stelle. Ogni altra considerazione non può non partire da questo dato. In qualche modo i pentastellati hanno decretato la loro condanna quando in campagna elettorale hanno più volte rivendicato il proprio imprinting sull’attività del governo negli scorsi mesi: i nove decimi dei provvedimenti approvati – hanno detto incautamente – sono frutto della nostra iniziativa, la Lega è andata a rimorchio. Se questo era vero, non ci si deve meravigliare se ora la Lega pretende il capovolgimento della prassi fin qui seguita: da ora in poi il governo può andare avanti solo se sarà la Lega a comandare, e quindi Tav, grandi opere, sicurezza, autonomia regionale, giustizia, flat tax, e condono fiscale diventano prioritari, trascurando i richiami dell’Europa e le compatibilità di bilancio. Se Di Maio accetta il diktat leghista si può procedere, altrimenti sarà meglio prendere atto della rottura e prepararsi a nuove elezioni a settembre, destinate a terremotare le rappresentanze parlamentari. Nel frattempo, trascurando la gerarchia istituzionale, Salvini si muove come se si fosse già insediato a palazzo Chigi non nel suo ufficio di vicepresidente ma in quello di capo del governo; e quindi convoca i tecnici dell’Economia e lo stesso ministro Tria per rispondere ai richiami della Commissione europea, detta l’agenda parlamentare per accelerare l’iter dei provvedimenti che gli interessano, pretende l’asservimento della Rai, intima agli alleati di mettere a tacere le voci di dissenso (Di Battista) e di allinearsi al nuovo corso.

Di fronte a tanta irruenza, se i Cinque Stelle accetteranno le imposizioni dell’arrogante alleato potranno sopravvivere come junior partner di governo; se si ribelleranno si andrà alla rottura, con conseguenze drammatiche, perché in caso di interruzione anticipata della legislatura Luigi di Maio e con lui molti parlamentari uscenti dei Cinque Stelle non potrebbero ricandidarsi in ossequio alla norma interna del Movimento che vieta il terzo mandato.

Ciò consente a Matteo Salvini di dettare tempi e regole della sopravvivenza del governo e della legislatura. A cominciare dalla composizione dell’Esecutivo. Dopo le dimissioni del viceministro Rixi, condannato per peculato, la Lega non ha più un proprio rappresentante al ministero chiave delle Infrastrutture, di qui anche la polemica di Salvini contro Toninelli oltre che con Trenta e Costa, tutti ministri dei Cinque Stelle.

L’ipotesi più corrente è che per il momento Salvini si accontenterà di un rafforzamento della propria presenza al governo sia in termini di poltrone che di programma. Verso i Cinque Stelle ha adottato un atteggiamento quasi protettivo e indulgente per le difficoltà che incontra il suo gemello-rivale Di Maio; ma la situazione potrebbe precipitare non appena fosse chiara la soluzione più conveniente: nuovo governo (per il quale preme Giorgia Meloni) o elezioni anticipate.

di Guido Bossa

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